Un Sud salvinizzato

Dom, 29/03/2020 - 18:30

In tanti abbiamo provato fastidio – pur nel rispetto dell'espressione popolare e delle regole democratiche – per il consenso che è stato attribuito al Sud alla Lega e a Salvini in particolare, al punto da averlo avuto senatore calabrese per lunghi mesi, prima che il suo seggio fosse attribuito a FI.
In molti ci siamo indignati per il trattamento subito da Mimmo Lucano, la cancellazione del “modello Riace”, giusto o sbagliato non importa, e ciò pur nella diversità delle opinioni politiche.
In tanti abbiamo provato disagio, lanciato improperi, campagne scandalistiche, gridato contro il “barbaro” lombardo che impediva l'attracco delle navi e dei gommoni carichi di disperati, di ammalati, di affamati, per giorni e giorni al largo delle coste italiane. In tanti ci siamo domandati “Se fossi stato io su quei barconi? Se ci fosse stato mio figlio?”. E giù quindi con le “Bandiere rosse”, i pugni alzati, “Hasta la vista comandante”, “Mio fratello non ha colore”, “El pueblo unido”, Sardine in piazza, la “Calabria non si Lega”. Potremmo davvero scrivere infinite pagine di slogan, di parole, di retorica… di vuoto e nulla più!
Tanti ieri, pochi – troppo pochi – oggi indignati dinanzi allo scempio dell'umanità che si consuma in ogni attimo delle nostre giornate da reclusi.
È vero! Gli eventi drammatici dei nostri giorni e l'epidemia da Coronavirus hanno stravolto – e stanno travolgendo – le nostre vite, le vite rapite degli altri, degli affetti più cari.
Il dolore, la paura, l'angoscia dovrebbero indurci a trovare conforto nella solidarietà reciproca, nel farci forza e nel darci coraggio, l'uno con l'altro. Invece no. Non passa giorno che, tra un inno di Mameli e un canto dai balconi, si levi molto più in alto, molto più profondo, un grido, un gesto per nulla umano.
E così, tutti a imprecare contro quei meridionali, colti da una telecamera impietosa in vestaglia, in tuta, con sulle spalle uno zaino pieno di vestiti ammassati alla meno peggio. Di corsa in preda a un panico che non ti lascia ragionare, alla paura indotta dalla schizofrenia di governanti irresponsabili e inadatti a prevenire e a gestire l'emergenza. Additati da tanti fra noi, al sicuro, dentro le nostre case, pronti a giudicarli con metodo sommario e senza appelli, ad appiccicargli una stella gialla sul petto. E giù di tutto. “Incoscienti”, “irresponsabili”, “criminali”, “sono venuti ad appestarci”… al ritmo delle sferzanti parole di “‘Ntonella”, che delle nostre nonne ha conservato, però, solo l'idioma.
E allora le “grida”, gli editti, le ordinanze di chiusura al transito, legittime o meno, opportune o imprudenti, non importa. Alziamo il muro per difenderci dal virus, senza accorgerci di essere già vittime del virus del contagio.
Così si arriva, in riva allo Stretto, alla vergognosa tenzone fra i sindaci. Con il messinese De Luca Cateno, di nome e di fatto – imbardato di fascia tricolore, simbolo di fratellanza e di unione – che impedisce a più di 100 siciliani di poter tornare a casa loro. Gente costretta a rientrare a casa per mille motivi. Chi stava precario in affitto e si è trovato dall'oggi al domani sbattuto per strada. Chi, invece, rimasto a lavorare, pur rischiando di ammalarsi, si è trovato per decreto senza più attività in una terra non sua. Uomini e donne, vecchi e bambini, bloccati in un piazzale di Villa San Giovanni. Proprio come avveniva quando Salvini si opponeva a che i clandestini potessero attraccare in un porto italiano, Due notti e passa bloccati in quel piazzale, nelle macchine, in condizioni disumane. E quando si profila la loro sistemazione momentanea in una struttura reggina ecco il sindaco di Reggio, tronfio per essere stato taggato da Naomi Campbell per la parodia di “Io sono Leggenda”, che si oppone con fermezza perché “Reggio Calabria non è un lazzaretto e io non sono padre Cristoforo nei Promessi Sposi!”, e tutti a battere le mani.
Un giorno, però, saremo costretti a ripensare a questi giorni. Un giorno, per quanto riottosi, qualcuno scriverà di questa peste moderna. E allora, forse, chinando il capo, rossi per la vergogna e senza bandiere, saremo costretti ad ammettere, magari a mezza bocca… “Come era orrendo un Sud salvinizzato”.

Autore: 
Gianpaolo Catanzariti
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