Un cazzotto con il sorriso

Dom, 19/01/2020 - 11:00

Dal racconto di Diego Bianchi, in arte Zoro, la costa ionica reggina ne esce con le ossa rotte. Questo, almeno, guardando il servizio andato in onda su La7 in modo superficiale. Perché in realtà, a uscirne davvero male, da quel servizio, è innanzitutto la politica, quella politica così latitante da non permettere al nostro di fare ciò per cui in Calabria era arrivato: un servizio sulle Regionali. È vero, il racconto che Zoro fa della Calabria finisce con lo scivolare sui soliti cliché relativi alla pervasività della ‘ndrangheta, agli occhi biechi che scrutano con sospetto le auto che non sono del paese, all’intrattenimento facile che obnubila la mente di chi dovrebbe invece essere preoccupato dalla carenza di infrastrutture e di servizi… ma grattando quella scorza dura che vediamo in superficie, andando oltre il sorriso tirato di chi guarda con imbarazzo quelle immagini, scopriamo anche una delle più forti denunce che mai potremo vedere in televisione di quali siano le condizioni in cui lo Stato ci ha lasciato.
Già, perché dal racconto che Francesco Alampi fa della Liquichimica di Saline Joniche si comprende bene quanto sia stato goffo il tentativo del governo di sedare l’ira di Reggio Calabria togliendole lo status di Capoluogo di Regione. È stato evidente, e anche un po’ raccapricciante, constatare come quel grande burattinaio dell’istituzione centrale, disinteressato agli umori e alle sorti della nostra terra, abbia con la sufficienza che spesso ancora oggi ne contraddistingue le azioni, foraggiato quello stesso malaffare al quale dichiara quotidianamente lotta senza quartiere. Non c’è il risvolto della medaglia, nel racconto di Zoro, non c’è la lotta disperata di chi, a differenza di Francesco, a Saline ci è rimasto, e ha dovuto opporsi contro il progetto di una centrale a carbone che ha rappresentato il secondo tentativo di deturpare un paesaggio e una dignità alla quale i residenti hanno saputo rispondere con la protesta, civile, ma ferma.
Ma non si può condannare chi, venendo da fuori, cerca di condensare in una manciata di minuti storie e umori che saranno sempre estranei a chi in Calabria non ci vive e forse non ci è nemmeno mai passato. Piuttosto è da biasimare il cicerone Antonio Talia che, da giornalista, nel raccontare i drammi che affliggono la costa ionica reggina, si concentra con colpevole superficialità su alcuni aspetti tralasciandone altri a nostro parere di uguale gravità. Si pensi all’atteggiamento che Talia tiene nel parlare della folle esplosione di giubilo di quell’uomo che, poche ore prima di Capodanno, mangiando una banana, ha danzato e sparato al ritmo di “Born to Be Alive” di Patrick Hernandez in un bar di Palizzi Marina. Un gesto tanto grottesco nella sua stupidità da meritare ampiamente la glaciale ironia fatta in studio dal giornalista gonzo di La7. Ma al timore di Bianchi e del suo autista di veder comparire quell’uomo dalle porte del locale, al supposto crollo degli affitti nelle abitazioni circostanti, perché non si è risposto che l’uomo è stato fermato dai Carabinieri appena 48 ore dopo ed è stato accertato che l’arma era una scacciacani, presupponendo piuttosto una sua impunità che ha trasmesso una volta di più all’Italia il messaggio che la Calabria sia una terra selvaggia in cui farsi beffe dei cittadini onesti e delle forze dell’ordine è la consuetudine? Dubitiamo che Talia, da giornalista quale dichiara di essere, non conoscesse questo risvolto.
Della “volata” attraverso Africo riteniamo sia soffermarsi troppo. La suggestione che vince sulla professione è un po’ troppo anche per Zoro, la battuta sul florilegio dei padre Pio una nota stonata che associa la devozione a quella mafia tribale che si batte il petto la domenica per poi bruciare santini il lunedì, l’incrocio con un fuoristrada mentre si parla del “Tamunga” una coincidenza così forte da apparire artefatta…
E così si arriva a Bovalino, con il “suo” Gabriel Garko, e a Locri, con il “suo” Umberto Smaila, due momenti di televisione che, tutto sommato, ci sono piaciuti nella genuinità in cui descrivono e mostrano ciò che veramente siamo: una provincia che ha il bisogno disperato di sentirsi normale, di fare festa attorno a un divo posticcio e a un cabarettista appesantito dagli anni, che si galvanizza dinanzi alla possibilità di ubriacarsi di selfie e non esita a spendere soldi in libri solo per farseli autografare mentre il presentatore di una radio locale si rivela poco informato sui fatti del giorno. Ma anche una realtà in cui lo spirito imprenditoriale di alcune persone, come i titolari del centro commerciale di Bovalino, ha permesso di ereggere una cattedrale nel deserto in cui accogliere divi del cinema, in cui una persona semplice, rimasta ad abitare assieme a un pugno di altre persone nel suo amato borgo d’origine, non ha peli sulla lingua nello spiegare perché questa terra sia andata a rotoli e in cui la perseveranza di un “fascistone” ha trasformato la Locri dell’omicidio Fortugno nel cuore pulsante delle feste natalizie sulla ionica.
La chiusura del servizio, con l’intervista a Stefania, è forse il momento migliore della trasmissione e, siamo pronti a scommettere, uno di quelli che ci rimarranno più impressi del 2020 televisivo. Quello stesso Zoro che è stato dissacrante per tutto il reportage, quello stesso Zoro che ci ha fatto un racconto parziale, a volte pregiudizievole, della nostra terra, riesce a sviscerare con sorprendente delicatezza una narrazione schietta dalla sua interlocutrice, che ci racconta con grande onestà intellettuale di una terra che sì, le ha tolto un padre, ma che non per questo merita di essere abbandonata, di un luogo in cui, sì, ha dovuto condividere gli spazi con gli assassini di suo padre, ma ha anche trovato persone che l’hanno aiutata ad andare avanti e a rendersi parte attiva di un cambiamento, ahinoi, ancora in corso. La politica, mero pretesto, è ormai definitivamente uscita di scena, il racconto indubbiamente imperfetto che è stato fatto dei 104 km che Talia ritiene culla della ‘ndrangheta termina con la speranza che Stefania ripone in una generazione di giovani che già oggi si sta dimostrando migliore di noi, e finisce sorprendentemente col toccare le corde giuste degli opinionisti in studio, che dimostrano di aver compreso il senso generale della narrazione parlando di isolamento da parte delle istituzioni, di uno Stato che dovrebbe portare la sua presenza sul territorio in modo diverso, di una politica locale che non è in grado di dare risposte, di un popolo calabrese che si dimostra più tenace degli altri declinando in due modi la sua speranza: nel fuggire per trovare fortuna e nel restare per cambiare le cose.
Un racconto destinato a essere ricordato perché, pur facendoci scuotere il capo e facendoci arrabbiare, alla fine si rivela dolorosamente vero. Un racconto che assurge Zoro a narratore ideale delle contraddizioni del nostro Paese e, per estensione, della nostra terra. Perché non è da tutti tirare cazzotti così forti allo stomaco senza farci perdere il sorriso…

Autore: 
Jacopo Giuca
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