San Luca quando ancora non c’era la mafia

Dom, 08/12/2019 - 17:00

Antonio Gramsci, in una lettera dal carcere indirizzata al figlio Delio, allora studente, rivolgeva, più o meno, queste parole: spero che la storia ti piaccia così come piaceva a me, perché la storia è fatta dagli uomini, da tutti gli uomini che singolarmente e associati tra loro lavorano per costruirla. La storia, quindi, per Gramsci comprende non solo le grandi imprese, le azioni eroiche, ma anche l’opera quotidiana delle persone umili, che lottano per la sopravvivenza, per migliorare la loro vita, e il mondo circostante. Senza scomodare i filosofi della storia, possiamo dire con una metafora cara al compianto Pasquino Crupi, che sono stati gli uomini che, lavorando quotidianamente come le api non regine e come formiche, hanno fatto la storia. Poi, logicamente, emergono coloro che si prendono il merito delle conquiste, mentre i veri artefici che hanno pagato, spesso con la vita, restano nell’anonimato. La storia è memoria, e senza memoria non è possibile costruire un futuro migliore. Già nel Settecento, un grande italiano, Vittorio Alfieri, in tempi difficili per l’Italia, esortava gli italiani a prendere coscienza del loro passato attraverso lo studio della storia, per preparare la rinascita. Certo, anche per questo, Fortunato Nocera ha voluto rivisitare un secolo di storia locale, che poi è fatta con gli stessi ingredienti della storia dei popoli e delle nazioni. Nocera racconta la storia della propria famiglia, vissuta in uno sperduto paesino alle falde dell’Aspromonte, quando ancora non c’era la mafia, ma nemmeno la luce elettrica; imperversava la povertà e la sporcizia, senza acqua nelle case, né bagni, con pidocchi e cimici nelle case. Mario La Cava ha scritto che dove c’è sporcizia c’è povertà. Gli uomini si sposavano ancora giovani anche perché le famiglie erano numerose e l’alimentazione per tutti non bastava. La scuola comunale era un privilegio per alcuni, per i pochi che in un mondo povero erano ricchi; gli altri ragazzi partivano per la montagna per fare i garzoni  delle greggi dei signorini, i soli a possedere una mandria. Il pagamento dei ragazzi e dei giovani avveniva in natura: di solito i genitori mandavano i figli per un tumolo di grano, pochi chili di formaggio, il vestito di pastore e le calandrelle. I poveri, quasi tutti, abitavano nei bassi, costruzioni in pietra: di solito una cucina col focolare, un letto col materasso di foglie di granturco e qualche piano appoggio costruito dagli stessi proprietari con tavoli e tronchi presi in montagna. Nella seconda metà del Settecento arrivano le novità anche a San Luca. La costruzione della ferrovia Ionica richiede manodopera e occorre principalmente legname per la costruzione delle traversine per i binari. La montagna di San Luca ancora è ricca di boschi secolari. Le varie invasioni subite dalla Calabria non l’avevano toccata per l’inaccessibilità dei luoghi. I pochi proprietari della montagna fanno i primi affari vendendo il legname: pini e querce prendono la via della marina. Si crea lavoro: taglialegna, addetti al trasporto dei tronchi dalla montagna alla marina, preparazione delle traversine e della posa in opera delle stesse. Certo è un aiuto anche per la povera gente, ma non cambia di molto la loro posizione economica e sociale. Appena entra in funzione la ferrovia, nei paesi di marina, arrivano i primi commercianti amalfitani e aprono empori per le loro mercanzie; alcuni di questi arrivano a San Luca e vendono lampade ad acetilene, potassa per fare il sapone e altre mercanzie. Racconta come suo nonno, seguendo l’usanza, mise un ceppo di quercia su un gradino della casa della ragazza amata come richiesta di matrimonio. Si sposano e vanno ad abitare con la nonna che cede agli sposi metà basso. L’arredamento è francescano: il tavolo per appoggio e il letto furono fatti dallo sposo con tronchi presi in montagna e le sedie ricavate da alcuni ceppi. Un matrimonio povero, ma ricco di amore, anche per la Madonna. Infatti a Settembre gli sposi si recano a Polsi per ringraziare la Madonna e chiedere aiuto. San Luca era un paese ricco di montagne per pascoli, cacciagione, legnami, frutti e terreni agricoli, ma erano nelle mani di poche persone. Le leggi sulla divisione dei feudi e della manomorta voluta da Murat non avevano per nulla portato la terra ai contadini. I cosiddetti galantuomini si erano impossessati delle terre, anche dopo l’unità d’Italia e contadini e braccianti videro la loro posizione spesso peggiorata. Per chi poteva non restava che l’emigrazione in America con i soldi del viaggio prestati a usura. All’arretratezza e all’emarginazione del territorio nei primi del Novecento si aggiungono, uno dopo l’altro i terremoti che fanno cadere case e casupole e sconvolgono i terreni provocando l’esondazione di fiumare e torrenti con danni enormi all’agricoltura e alla pastorizia. Nella seconda parte del libro, Nocera interroga il padre, ultra nonagenario, ma ancora lucido e dotato d’una memoria formidabile, per ricostruire il passato. Ne viene fuori un secolo di micro storia: la prima guerra mondiale, il fascismo, la guerra d’Etiopia, quella di Spagna, la seconda guerra mondiale. Il tutto viene visto da chi quelle vicende le ha vissute e sofferte. Poi, finalmente, la caduta del regime, l’avvento della democrazia e la fine del medio evo anche per San Luca e per tante terre del Sud. Il Regime fascista aveva trovato i soldi per fare tante guerre inutili ma non aveva pensato di combattere, con opportune riforme, la miseria di tanta gente. Nell’ultima parte descrive la nascita dello stabilimento del legno di Bricà che ha fatto sognare il territorio, con l’impiego di oltre trecento persone, ma per poco tempo. Poi il venir meno della materia prima; le montagne erano state rapinate senza interventi seri di rimboschimento. L’incapacità gestionale dello stabilimento ha fatto il resto. Bricà fallisce e le montagne restano senza boschi. Le alluvioni portano distruzione: le montagne franano, le fiumare straripano travolgendo uomini e animali, inondano terreni resi fertili dal lavoro secolare degli uomini. A San Luca, nel deserto fatto dalla natura e dagli uomini, resta la mafia che dal vecchio abigeato si trasforma in imprenditrice. Il resto è vita di ogni giorno. Non si tratta d’un romanzo come “Le memorie del vecchio maresciallo” di Mario La Cava. Si tratta della cronaca amara della vita d’un popolo raccontata con spirito realistico, rassegnato, quasi sereno da chi è stato protagonista, e ha sopportato sopraffazione e miseria. Quasi il naufrago dantesco che raggiunge la riva. Il libro, in sostanza, è un racconto di vita che abbraccia diverse generazioni, scritto in forma piana e avvincente per cui si legge come una favola a lieto fine: finalmente anche San Luca esce dal sottosviluppo feudale.

Autore: 
Bruno Chinè
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