Rivolta di Reggio: Spontanea o fascista? Comunque una tragedia

Dom, 20/12/2020 - 16:30

Rivolta spontanea o rivolta fascista? A una domanda mal posta corrisponde per necessità una risposta sbagliata. Nel 1970-1971 a Reggio e in tutta la Calabria, si mette in scena un atto della tragedia internazionale che è stata la guerra fredda fra i due blocchi Usa-Urss.
Ogni altra interpretazione è riduzionistica e contribuisce a mantenere nel cono d'ombra una guerra civile ripudiata dai libri di storia e classificata come bega campanilistica per una questione amministrativa fra Reggio da una parte, Catanzaro e Cosenza dall'altra. Questa interpretazione ha impedito finora alle tante Calabrie di diventare una e di trarre dalla coesione la forza necessaria a uscire dall'emarginazione.
Fatti alla mano, la rivolta parte sulla spinta del popolo il 14 luglio. Il giorno dopo c'è il primo morto, Bruno Labate, un ferroviere iscritto alla CGIL ucciso dalle forze dell'ordine. Iniziano gli assalti di matrice neofascista alla sede del PSI e alla Camera del lavoro. Il 22 luglio è il giorno della strage di Gioia Tauro, ridotta a incidente. Ventitré anni dopo, i pentiti diranno che è un attentato eseguito da neofascisti con esplosivo fornito dalla 'ndrangheta. Il 29 luglio le redini della protesta finiscono in mano al Comitato d'azione per Reggio capoluogo, i boia chi molla del sindacalista missino Ciccio Franco.
Ci sono altri fatti che allungherebbero l’elenco, ma questi possono bastare a dire che la rivolta popolare è stata strumentalizzata dall'eversione nera.
A sua volta, però, l'eversione nera è stata usata da un livello strategico superiore, una grande camera di consiglio fatta di Stato, massoneria e nuova 'ndrangheta, che ha pilotato la rivolta fino al suo compimento finale: il “pacchetto Colombo”. Il piano di investimenti varato dal governo il 12 febbraio 1971, duemila miliardi di lire del tempo, è stato destinato alla provincia di Reggio in cambio del capoluogo a Catanzaro e dell'università a Cosenza. Questo denaro che doveva creare migliaia di posti di lavoro con il quinto centro siderurgico di Gioia Tauro, la Liquimica di Saline e il decreto Reggio, non ha prodotto altro se non una colossale donazione ai clan.
In quanto ai neofascisti, molti di loro sono stati spostati su altri fronti della strategia della tensione. Il loro leader carismatico, il principe nero Junio Valerio Borghese, di casa a Reggio e ideatore del colpo di Stato fallito del 7 dicembre 1970, è scappato in Spagna. Nel 1974, mentre stava per rientrare con l'intenzione dichiarata di raccontare la verità su quei mesi fra il 1970 e il 1971, è morto all'improvviso. Avvelenato, secondo la famiglia. Da allora la ricerca della verità sui Moti è finita in un angolo. Conviene a tanti che ancora oggi gestiscono il potere in Italia.

Gianfrancesco Turano
Giornalista reggino, inviato de l'Espresso

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