Quando sono le donne ad uccidere gli “uomini”!

Sab, 17/08/2013 - 16:33
La scorsa settimana abbiamo narrato la storia di amore che si trasforma in un dramma. Questa settimana parleremo di una storia vera che nasce in un clima di violenza, di abbrutimento, di emarginazione sociale:

La scorsa settimana abbiamo narrato la storia di amore che si trasforma in un dramma. Questa settimana parleremo di una storia vera che nasce in un clima di violenza, di abbrutimento, di emarginazione sociale. Angela era una ragazza delicata, quasi bella, viveva in una piccola frazione abitata da poche famiglie, tutte imparentate fra di loro. Era nata dopo otto figli, sei femmine e due maschi. A sette anni accudiva il fratellino più piccolo, ad otto pascolava le capre, ad un undici il padre le affidò un vitellino che la famiglia cresceva a “soccida” per il padrone; a tredici anni impastava il pane a quattordici faceva il bucato al fiume; a sedici anni la chiesero in sposa. Non aveva mai deciso niente nella sua vita e non decise neanche in questa occasione. Così la portarono dal prete, ammazzarono una capra, servirono il vino, le comprarono un “vestito americano” usato di quelli che si vendevano nella piazza del paese, e così dopo una scarna cerimonia il marito la portò sul dorso dell’asino verso la sua nuova casa.
A diciassette anni era già mamma, accudiva il bambino, dava da mangiare al maiale, faceva il bucato, impastava il pane, cucinava, puliva la stalla ed il pollaio. Il marito l’aveva portata a vivere in una casa isolata, lontana, molto lontana della sua frazione e col tempo aveva preso l’abitudine di picchiarla, all’inizio con qualche scusa poi per il semplice fatto di esistere.
A ventisei anni di figli ne aveva sei e così accudiva i bambini, pascolava le capre, raccoglieva erba per i conigli. Il marito rientrava tardi, non portava soldi perché li spendeva tutti nelle cantine del paese, arrivava sistematicamente ubriaco, picchiava Angela e non risparmiava i bambini. In casa c’era una cagna bastarda che sembrava capire tutto ciò che accadeva in quella famiglia e che si legò morbosamente ad Angela. Quando la donna era a letto per il parto la cagna rifiutava il cibo, quando il marito la picchiava digrignava i denti e si prendeva la sua parte di legnate, quando portava le capre al pascolo cercava di farla sorridere correndo e rotolando sui prati, quando Angela guardava verso il cielo e piangeva  la cagna leccava le sue lacrime.
Il marito odiava la cagna poiché la considerava “complice” della moglie. Una mattina trovarono un coniglio sgozzato. Era stata la volpe ma il marito accusò la povera bestiola e ne decretò la morte. Afferrò un’accetta e con un solo fendente le spaccò la schiena. Angela sentì l’urlo straziante dell’animale che le trafisse l’anima, vide la sua amica rotolare a terra più volte e poi vide il rosso del sangue allargarsi sull’erba verde di marzo. Si sentiva il rantolo della morte mentre la bestiola guardava Angela negli occhi e sembrava provare una grande pietà per la donna. Angela le bagnò la testa con un panno e le mise una mano sotto il collo, poi guardò il marito e lo vide sorridere soddisfatto. Un sorriso beffardo, bestiale, crudele. Guardò di nuovo l’animale e confrontò la cagna con il marito sperando di trovare qualche tratto di umanità nell’uomo, ma si accorse che ne era privo. Seppellì l’animale sotto un mandorlo in fiore.
Poi arrivò un giorno pieno di pioggia. Angela si era alzata all’alba. Aveva dato da mangiare ai figli, aveva impastato il pane, dato da mangiare ai porci, portato a pascolo le capre, messe a dimora le semenze per l’orto, lavato i panni, preparata la cena, messo a letto i figli. E poi  aveva messo i panni ad asciugare vicino al fuoco, aveva travasato l’olio, mangiato in piedi un po’ di pane e formaggio, ed infine aveva messo sul tavolo la cena per il marito. La pioggia cadeva a dirotto su quella casa senza luce, lei pensò alle capre ed andò a chiudere la fessura dell’ovile da cui entrava l’acqua. Il marito arrivò più ubriaco del solito. Era forte, violento, brutale, grosso come un bue mai domato dalla fatica. La sorprese nell’ovile e la picchiò con una corda solitamente usata per legare le capre, poi la buttò come uno straccio nel fango della mandria e la violentò. Si alzò con l’usuale arroganza. Le diede uno sguardo torvo e, barcollando, si sdraiò sul letto e si addormentò.
Dopo qualche ora i carabinieri aprirono la porta della caserma, si trovarono dinanzi una piccola donna, fragile minuta, con qualche tratto che ricordava una natica bellezza, circondata da sei bambini con gli occhi pieni di terrore. La donna aveva in mano un’accetta ancora sporca di sangue.

Autore: 
Ilario Ammendolia
Rubrica: 

Notizie correlate