La mia terra

Dom, 23/09/2018 - 18:40

E torno!
Ai miei declivi
e agli uliveti,
stanco quanto non sai materna terra!
Alma genitrice
benignamente d’umiltà vestita,
dolce di vetustà sublime e pura,
vituperata altrove e ignorata,
quanta beltà tra le tue balze aleggia
non saprà mai foresto e gnorri.
Io ti ritrovo piccola e silente
antica di sventura e stanca
coi sassi aspri elevati al sole
e tra le forre il verde peregrino.
Fugaci nubi e voli di gabbiani
arabescano il cielo
e un vento franco vellicando le fratte
modulando va.
Calabria mia!
Io t’amo oltre la tua gente,
oltre il mare dolce e grintoso,
oltre il cielo venato e incerto,
oltre l’aria lieve e pungente.
Di sera
quando gli ulivi diventano neri
e la merla sfiora i roveti del sito
ti sento più mia:
funerea macchia dal respiro immane
ti elevi sull’onde fragorose e sane
occhieggiando dai porti.
È l’ora!
Reggio si affretta per finire il giorno
perché Cosenza ha chiuso gli occhi sparsi
e Catanzaro penzola assonnata
mentre Gioia si ferma ormai sfinita.
Locri già dorme con Siderno a lato.
Tropea si specchia ancora nel suo mare blu
e Nicotera si appisola pian piano.
Stilo s’annotta ormai col suo tesoro
mentre Squillace imbruna,
Sibari tace e la Magna Grecia oscura,
Paola chiude le persiane
come Scalea e Crotone antica.
Tutto tace sulla verde Sila
che manda l’aure ad affrettar le imposte.
Aulenti effluvi di zagara e mentuccia
salgono ai monti dopo i silenzi
e la Bruzia dorme.
Questo mi appartiene:
i momenti della sera
quando il vero torna col suo grembo infame
a ponderar le spalle del fatal andare.
Sento pervadere le ossa
erose forse, stanche certamente,
a me che vivo momenti sempre rari
e sempre più mi riconosco altrove.
Qui cade il velo dipinto
e il tarlo del pensiero si rinfranca:
amica mia…
io amo in te la mia malinconia!

Autore: 
Giuseppe Pino Vadalà
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