La furia dell'antimafia militante contro Salvini e la Calabria

Dom, 10/06/2018 - 13:00

Nel momento in cui si è iniziato a percepire quale sarebbe stato il primo, significativo step delle indagini sull'omicidio delle campagne di San Calogero, si è parallelamente placata la tempesta che stava strumentalmente montando sul piano mediatico nei confronti del neo Ministro degli Interni leghista, Sen. Matteo Salvini, eletto in terra di Calabria.
Tuttavia, l’agguerrita ed acrobatica falange mediatica non ha spento i fari accesi sulla Lega, cui evidentemente non perdona il successo riportato nella lotta all’establishment che ha allineato l’Italia su posizioni già assunte da altri Paesi, in Europa e nel Mondo.
E così è scesa in campo, da quelle colonne che Repubblica ha da sempre messo al servizio della classe dominante, la cosiddetta antimafia "militante", riuscita nel tempo a produrre il fiorire di carriere come nemmeno la prestigiosa Università di Cambridge avrebbe saputo fare. E si è subito materializzata la controffensiva di questo giornale, scagliatosi con malcelato rancore contro tutti quei cittadini di Reggio Calabria e Provincia che hanno affidato il loro voto pulito a Tilde Minasi, candidata nella Lista della Lega al Senato in Calabria.
Una vera e propria eterogenesi dei fini, posto che l’esondazione del fiume di cattiveria giornalistica non si è abbattuta sulla specchiata persona della Minasi, a favore della quale parlano trasparenza e correttezza mai messe in discussione da nessuno, tanto nella sfera privata quanto nel rilevante suo impegno pubblico.
A ben guardare, il fango delle esternazioni ricade, infatti, sulla protesta e sulla speranza cui Tilde ha dato volto e voce; sul disagio e sull’ansia di riscatto di tantissimi cittadini calabresi stanchi e sfibrati in egual misura dopo cinque anni di dannosi governi nazionali imposti dal Palazzo e dopo circa quattro anni di deriva dell'amministrazione regionale targata PD. La furia che ha scatenato il rancore deve però fare i conti con una serie di interrogativi che inevitabilmente assillano la mente dei lettori/elettori, reggini e calabresi. Quali sono le basi che hanno portato quelle grandi firme a considerare che la 'ndrangheta a Rosarno abbia disertato le urne, in particolare allorquando, in passato, si contribuiva, in quelle lande dimenticate, all’elezione della Bindi ovvero ad acclamare un Sindaco rosso con percentuali bulgare?
Si può, vuol dirsi, riconoscere affidabilità all’insinuazione che l’organizzazione criminale narrata e descritta come la più agguerrita del pianeta, cioè la ‘ndrangheta, abbia davvero conferito tre mesi orsono alla Lega un contributo numericamente molto al di sotto dei mille voti?Di più: l’ideologia, nel delicato e vitale settore dell’informazione, gioca un ruolo, ed eventualmente per conto di chi, nel momento in cui si pretende di tracciare la linea che separa i buoni dai cattivi?
E, dunque: davanti alle incongruenze che viziano la lente, deformata e deformante, di chi guarda a Reggio e alla Calabria con una dose palpabile di pregiudizio, si può escludere che anche chi concorre a (in)formare l’opinione pubblica italiana, al pari di qualche kapó che circola ed esterna impunemente in Europa, stia rimproverando ai cittadini liberi di Reggio e della Calabria di non avere “imparato a votare” in occasione delle elezioni del 4 marzo scorso? E, per finire: non è forse questa ostinata recalcitranza al cambiamento inseguito e voluto dagli Italiani ad avere una qualche responsabilità in quella cocente Caporetto di Stato che è San Luca, dove la cancellazione della democrazia impedisce da troppo tempo che la gente si rechi alle urne per eleggere il proprio Sindaco?

Autore: 
Oreste Romeo
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