L’implacabile killer della memoria storica d’Italia

Dom, 29/03/2020 - 10:30

In queste settimane si sono sprecati gli identikit delle persone uccise dal Covid-19. Con la mortalità ormai assestatasi nel nostro Paese al 10%, gli organi di informazione non se la sentono più di continuare a insistere sul fatto che il virus sia pericoloso solo per le persone anziane e che la presenza di patologie pregresse negli oltre 8mila morti dovrebbe imporre un distinguo tra “morti per” Coronavirus e “morti con” Coronavirus.
Ormai giunti alla settimana del picco, è un dato di fatto che lo Stivale abbia pagato, e stia continuando a pagare, nei confronti di questa pandemia, un prezzo altissimo, che viene ben rappresentato dalla colonna di mezzi militari carichi di salme in uscita da Bergamo. Benché sia logico soffermarsi sul “costo materiale” (ovvero in vite umane) di questa pandemia, ragionare sui freddi numeri non ci permette di comprendere appieno quale sia il “costo morale” che stiamo pagando (ovvero come la società italiana risulterà cambiata da questa tragedia). Quando parliamo di costo morale, si badi bene, non ci riferiamo solo al cambio di disposizione verso il prossimo o al ritrovato senso di unità nazionale che, auspicabilmente, l’isolamento forzato ci lascerà in eredità, ma soprattutto al vuoto che lascerà nelle nostre vite (e nelle nostre coscienze) quella generazione di persone che più delle altre è stata messa in ginocchio dalla pandemia.
Per capire il punto è necessario partire, una volta di più, dai freddi dati: le vittime dell’epidemia italica di Covid-19, stando ai dati raccolti all’inizio della settimana, avevano un’età media di 79,4 anni. Considerando valida la convenzione per cui una generazione dura all’incirca 25 anni, è quindi logico supporre che la maggior parte di questi individui avessero tra 92 e i 67 anni e che, dunque, fossero tutti nati tra il 1928 e il 1953. Almeno un quarto di loro conservava ancora memorie preziose della Seconda Guerra Mondiale e almeno due terzi potevano offrire una straordinaria testimonianza di quanto complesse fossero le condizioni di vita delle famiglie italiane in quei tempi difficili.
Tutti loro, tuttavia, conservavano sicuramente una memoria che, oggi più che mai, avrebbe potuto tornarci preziosa: ci riferiamo a quella del boom economico degli anni ’60, a cui il Premier Giuseppe Conte ha già detto esplicitamente che dovremo ispirarci per cercare di rimetterci in carreggiata una volta che sarà terminata l’emergenza. È vero, i libri di storia e gli archivi istituzionali potranno certamente colmare moltissime lacune e l’aiuto promesso dall’Unione Europea dovrebbe, almeno sulla carta, rendere le condizioni di partenza assai diverse da quelle di sessant’anni fa. Eppure, è forse anche inutile sottolinearlo, l’esperienza diretta di persone che quegli anni li hanno vissuti, che magari hanno dato un contributo fattivo alla crescita di questa o quella realtà socio-commerciale, sarebbe potuto risultare determinante nel prevenire errori e imprevisti che i freddi calcoli potrebbero non aver previsto.
Al temine dell’epidemia, quando torneremo ad affollare le strade delle nostre città, occuperemo nuovamente in pianta stabile le scrivanie dei nostri uffici e programmeremo le prossime vacanze, ci ritroveremo insomma doppiamente orfani. Non solo di padri, madri o nonni che lasceranno un vuoto incolmabile in più di cinquemila famiglie, ma anche di quella classe dirigente del passato che, oggi a riposo, avrebbe potuto scuotere il proprio dito ammonitore dinanzi agli errori di chi si occupa oggi di politica e finanza.
Una condizione che, temiamo, renderà la ripresa del Paese un po’ più claudicante di quanto avrebbe potuto essere, svecchiando, sì, la Penisola, ma rendendola anche assai meno saggia…

Autore: 
Jacopo Giuca
Rubrica: 

Notizie correlate