L’albero australiano che con i suoi rami abbracciò gli emigranti calabresi

Dom, 12/01/2020 - 13:30

L’Australia è una terra affascinante e allo stesso tempo misteriosa, incontaminata e sconosciuta fino all’arrivo degli europei. Secondo l’opinione comune è stata scoperta dal capitano inglese James Cook nel 1770; in realtà Cook è stato uno dei tanti esploratori, i primi avvistamenti sono avvenuti nel 1606 per opera del navigatore olandese Willem Janszoon. Questa terra era, soprattutto durante il secondo dopoguerra, l’unica possibilità di riscatto per molta gente del Sud Italia che, con coraggio, si avventurava verso una meta del tutto ignota. In particolare, si trattava di emigranti calabresi che partivano da San Giovanni in Fiore, Siderno, Locri e San Luca. Era un viaggio lunghissimo, che avveniva in mare e durava parecchi giorni. Una volta giunti a destinazione si lavorava come pastori e contadini nelle aziende boschive, o nelle miniere. Alcuni contribuirono alla nascita dell’industria vinicola, ancora oggi fiorente, piantando i primi vigneti australiani. Molti fecero ritorno a casa, altri fecero trasferire le loro famiglie: i sobborghi di Balcatta e Osborne Park a Perth ospitano grandi comunità di calabresi. Ma nonostante la possibilità di costruire un futuro migliore, si sentiva tanto la mancanza della propria terra; il lavoro era faticoso, non si conosceva la lingua e in una città così grande la solitudine era immensa. Così i sidernesi si sono inventati una tradizione per rimanere uniti e sentirsi meno soli. A Mandurah, una città a Sud di Perth, nel 1930, è stato piantato un albero di fronte alle acque azzurre dell’oceano. Ebbene, sotto quell’albero, ogni Capodanno, Pasquetta o in altre ricorrenze importanti, gli emigranti si riunivano per festeggiare. Si mangiava, si beveva, si scherzava, si ricordavano le usanze della propria terra e tutte le persone lontane. Si stava insieme cantando le classiche canzoni della Calabria e in quei momenti spensierati ci si sentiva a casa. Era un espediente per sentire meno la solitudine e forse per trovare la forza di andare avanti, resistere e riuscire a fare in modo che quella terra, tanto lontana, diventasse anche la loro terra. Questa storia mi è stata raccontata da Gianni Moschilla, un Sidernese che ha lasciato il suo paese il 18 gennaio 1953, imbarcandosi con la nave Neptunia da Messina, arrivando a Fremantle, città portuale dello Stato dell’Australia Occidentale, il 7 febbraio 1953. Una volta sbarcato ha iniziato a cercare lavoro. Il suo primo impiego è stato nei boschi insieme ad altri sidernesi. La vita, per gli italiani, in questo continente, ha conosciuto momenti molto difficili durante la Seconda Guerra Mondiale, perché sono stati considerati nemici, inclusi quelli nati nel Paese ma con parenti italiani, e per questo sono stati internati. La segregazione terminò nel 1943, quando, dopo la firma dell’armistizio con gli Alleati, l’Italia si schierò contro la Germania nazista. Negli anni successivi la situazione migliorò, l’emigrazione aumentò e tanti calabresi si costruirono una vita soddisfacente. Si ambientarono così bene da inventare anche una nuova lingua: l’italiese, un misto di dialetto calabrese e inglese. Ecco allora che car, che in inglese indica la macchina, per i calabresi diventa carro; cake, torta, è trasformata in checca; bus, pulmann, è chiamato basso; book, libro, è tradotto bucco.
Ancora all’entrata dei giardini pubblici di Marrickville si trova questa scritta: “Vietato ciocare sul’lerba e i cani, seno cela multa”. Mi fermo qui, perché ci sarebbero altri esempi da fare.
Oggi Gianni è un pensionato, continua a vivere a Perth con la moglie Maria, circondato dai figli e dai nipoti, ritorna spesso sotto il suo albero e con la mente pensa a quegli anni lontani dove la paura di non farcela era tanta e la tentazione di ritornare a casa era enorme. Ricorda i tanti compaesani che oggi non ci sono più e di come sotto i rami dell’albero di Mandurah lui, insieme a tutti i sidernesi, ha trovato la forza di non scoraggiarsi, ma di rimanere per costruirsi un futuro migliore.

Autore: 
Rosalba Topini
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