Jerry Calà racconta del suo esame di maturità sostenuto a Locri

Sab, 28/03/2020 - 13:00

Attraverso i suoi social, in questi giorni l’attore Jerry Calà sta diffondendo periodicamente capitoli della sua autobiografia “Una vita di libidine” per aiutare le persone a trascorrere il tempo a casa. Nella giornata di ieri, ha pubblicato un estratto del libro dal titolo “Locri Blues”, interamente dedicato a un’esperienza avuta nel nostro comprensorio.
Lo riportiamo di seguito:

Sono a Locri, Calabria. È il 1969. Ma sarei potuto essere anche a Giovinazzo, Puglia. O in un’altra cittadina del Sud. Non in vacanza, ma a sostenere il mio esame di maturità da privatista. Lo so, sembra assurdo, ma quella era la prassi di quel noto istituto di recupero veronese, una prassi che oggi verrebbe bollata come razzista ma che ai tempi era accettata senza problemi. Si credeva che nelle regioni dell’Italia meridionale il livello di preparazione fosse inferiore rispetto a quello del Nord.
Il direttore della scuola era detto «Baffo», e il vicedirettore suo fratello «Baffetto». Secondo il Baffo, un privatista che avesse tentato la maturità a Verona sarebbe stato destinato a fallimento sicuro. Un po’ come succede con la patente: se ti presenti da privatista sei fregato.
La legge permetteva di affrontare gli esami finali del liceo in un qualsiasi istituto parificato italiano. Quindi Baffo e Baffetto, poco prima di giugno, ci riunirono tutti nell’aula magna dove erano già state allestite alcune carte geografiche dell’Italia. Anzi, solo dell’Italia meridionale. Insieme ai professori che ci avevano seguiti, i due fratelli decidevano caso per caso dove i loro studenti sarebbero andati a sostenere l’esame. Stavano molto attenti a mettere insieme persone dello stesso livello di preparazione. Io finii con un’altra ragazza del classico, Paola.
Sulle prime sarei dovuto andare a Giovinazzo insieme al mio compagno di studio Bauli; poi, chissà perché, mi cambiarono la destinazione e fui spedito a Locri. Paola partì con la madre, io invece ebbi la fortuna di fare il viaggio insieme a un ragazzo che doveva affrontare la maturità magistrale, il già citato Maurizio Motta, il mio grande amico. Anzi, amico non basta. Di più. Maurizio è stato il fratello che non ho mai avuto. E non sapete quanto mi fa male al cuore dover usare i verbi al passato, perché oggi Maurizio non c’è più.
Cosa potevo desiderare di più? Venti giorni lontano da casa insieme al mio fratello adottivo! Avventure e divertimento erano garantiti. Cominciammo subito. Non c’era una linea diretta Verona-Locri, e ancora oggi servono dodici ore e tre cambi per compiere quella tratta, partendo con futuristici Frecciarossa per terminare con spaventosi regionali. A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta era anche peggio, ma il cambio a Roma era d’obbligo già allora.
Giunti nella capitale, tre ore ci separavano dal treno che ci avrebbe portati a Reggio Calabria, così decidemmo di visitare un luogo per noi mitico. Se pensate a qualche monumento vi sbagliate: noi volevamo andare a vedere il leggendario mercato di Porta Portese, quello che nel 1972 fu reso celebre dalla canzone omonima di Claudio Baglioni. E mal ce ne incolse.
Gli scafatissimi venditori romani infatti capirono con chi avevano a che fare e praticamente ci fregarono tutti i soldi che avevamo in tasca e che i nostri genitori ci avevano dato per vivere quasi tre settimane a Locri. Affinché ci potessimo ambientare ci avevano fatto partire molto prima della data prevista per l’esame.
Arrivammo in Calabria senza una lira in tasca e fummo costretti a chiamare subito le famiglie perché ci inviassero dei vaglia d’emergenza. Potete immaginare con che entusiasmo lo fece mio padre. Dopo, però, con quei pochi soldi fummo molto oculati. Una sera, per esempio, si dovevano esibire i Ricchi e Poveri e noi, per non spendere i soldi del biglietto, li ascoltammo stando fuori dal locale. È proprio il caso di dire che dentro c’erano i Ricchi e fuori c’erano i Poveri. Cioè noi.
Dopo un viaggio massacrante durato un’eternità, arrivammo alla stazione di Locri e scoprimmo che quelli della scuola erano venuti a prenderci con un’Ape Car scoperta!
Se ho dedicato al blues questo capitolo un motivo c’è. Il blues è la musica delle zone più depresse d’America. Vi assicuro che, mentre venivo sballonzolato su quell’Ape Car, attraversando paesaggi così diversi da quelli in cui vivevo, mi sentivo nelle orecchie il lamento di un’armonica triste come se fossi sul Delta del Mississippi. Paesaggi aspri ma bellissimi, come mi confermarono poi le molte gite che feci sulla Sila.
Non è finita, perché un’altra sorpresa ci aspettava alla pensione che ci avrebbe ospitati. La padrona era una vecchietta, vedova di un generale tedesco dal cognome impossibile che chissà come era finito in piena Calabria. Questa signora ci preparava da mangiare cose cui non eravamo abituati, e per questo spesso le lasciavamo intatte. Ogni volta che vedeva i piatti non spolverati, la vedova piangeva calde lacrime. Così, per non farla soffrire, nascondevamo il cibo fingendo di averlo divorato.
Non ci volle molto per renderci conto dell’enorme divario che allora esisteva ancora tra il Nord e il Sud del Paese. Andare da Verona a Locri significava davvero lasciare il Veneto per il Mississippi. Succedevano cose ai limiti dell’assurdo, come questa.
Il Concilio Vaticano aveva introdotto da poco lo scambio del segno di pace durante la messa, rappresentato da una stretta di mano con chi avevi vicino durante la celebrazione. La mamma della mia compagna di classe Paola andò in chiesa una delle prime domeniche di quel soggiorno, e al momento debito diede la mano a un uomo che aveva a fianco. Quello chissà cosa si mise in testa! Iniziò a venire davanti alla pensione con la bicicletta, scendeva dal sellino e aspettava con pazienza che la mamma di Paola uscisse. Poi, accompagnando la bicicletta a mano, iniziava a seguirla passo a passo per tutto il percorso.
Dopo un paio di giorni così, vedendo quanto la cosa preoccupasse la mamma della nostra amica, Maurizio e io andammo da quell’uomo e lo affrontammo, dicendogli che era una donna sposata e che forse si era fatto strane idee. E lui: «Ma la mano mi dette...» Per lui era la rottura di una promessa! Non la prese proprio bene e stava quasi per sfogarsi contro di noi, che però fummo veloci a scappare. Per fortuna non si presentò più.
Nemmeno i rapporti con i nostri coetanei del luogo furono facili. Noi eravamo quelli del Nord vestiti alla moda, con i pantaloni scampanati e le camicie aderenti. Allora una moda non si diffondeva nello stesso momento in tutto il Paese come avviene oggi. E poi c’era il problema di Maurizio, che era un bugiardo professionista e raccontava un sacco di palle. Prometteva di tutto, soprattutto cose che non poteva mantenere. A un ragazzo di Locri piaceva una sua maglietta, e lui, per farsi grande, iniziò a dire che ne aveva un’altra in camera e che gliel’avrebbe regalata. Ma ogni volta si «dimenticava» di portarla. Per farla breve, Maurizio dovette scappare di notte appena finiti gli esami! E non solo per la maglietta, ma per tutte le palle che aveva raccontato e le promesse non mantenute.
Per apparire come piccoli uomini di potere, i ragazzi di Locri facevano a gara per garantirci delle raccomandazioni. Tutti millantavano conoscenze nella commissione d’esame. A un certo punto eravamo diventati schiavi di questi ragazzotti che forse erano «leggermente» malavitosi. Per loro era motivo di vanto portarci in giro, esibirci. Ci siamo trovati anche in situazioni imbarazzanti, perché eravamo sì alla moda, ma decisamente un po’ boccaloni.
Per esempio, molti avevano iniziato a fare apprezzamenti pesanti su Paola. A quel punto ci ribellammo: «Basta, ragazzi!» Non l’avessimo mai fatto. Da allora cominciarono i problemi, non solo per noi ma anche per quelli che avevamo deciso di frequentare per sfuggire a quel circolo di asfissianti compagnoni che ci coinvolgevano in serate alcoliche tutte al maschile, perché le loro donne non potevano uscire di casa. Ci eravamo anche rotti le palle. A dirla tutta, noi ci sapevamo fare con le ragazze, ci eravamo persino «fidanzati», io con una ragazza di Bergamo e Maurizio con un’altra sempre del gruppo dei privatisti. Ebbene, successe che a una di queste ragazze gli «amici» locali bruciarono l’auto.
Fu allora che ce ne distaccammo e con le nostre amiche decidemmo di andare a conoscere le bellezze di quella terra. Facevamo escursioni sulla Sila o ce ne andavamo da soli al mare.
Finalmente arrivò il giorno degli esami, e con quello la mia vendetta. In quell’aula gremita e afosa, in un punto della Calabria in cui mai avrei pensato di finire, avvenne qualcosa che mi fece svoltare. Non per tirarmela, ma vi ho già detto che ero molto bravo in latino e greco. Possedevo una facilità naturale nella traduzione, mi bastava vedere una versione per capire dove andava a parare. E poi mi ero preparato per un anno intero di clausura. Insomma, potevo dire senza problemi... hooo studiàttooo!
Mattinata dedicata alla versione dal latino. O era greco? Be’, è passato tanto tempo, lasciatemi un accenno di amnesia! In ogni modo, appena ci consegnarono il testo da tradurre in italiano sentii intorno a me una certa agitazione, e vidi che gli altri ragazzi si stavano passando un foglietto. Uno degli studenti calabresi seduto dietro mi sussurrò: «Lo diamo pure a te, perché anche se sei del Nord ci stai simpatico. Una nostra compagna ha la mamma professoressa che ci ha fatto avere la traduzione del testo dentro una brioche».
Dopo aver dato un’occhiata al foglio un po’ unto di crema dissi al tizio: «Guarda che è sbagliata!»
Lui, senza nemmeno curarsi di cosa avrebbero potuto dire i professori della commissione (che erano comunque impegnati a fare tutt’altro): «Ecco, arrivò da Verona per insegnare a noi! E che sei il professore tu?»
Non ero il professore ma conoscevo la materia, e mi ero accorto che c’era il classico vocabolo neutro che poteva essere inteso sia come nominativo sia come accusativo, solo che era una differenza che cambiava tutto il senso della versione. Il dubbio però venne anche a me. Cominciai a sudare freddo. Paola era seduta dietro di me e cercavo in ogni modo di convincerla dell’errore.
«Ma ti se’ scemo! Se t’ha dito che la mamma l’è profesoresa... Ostrega!»
«No, no. È sbagliata», le sussurrai. «Paola, fidati di me!» Niente da fare. Paola fece di testa sua. E fece male.
Come al cinema: stacco e cambio di scena. Mattinata di esami orali. «Calà Calogero!», gridò il bidello, e io entrai nell’aula in cui era riunita la commissione. Non feci in tempo ad arrivare alla sedia che tutti i professori si alzarono in piedi e applaudirono.
Come mai? Semplice: la «Versione di Jerry» era quella giusta, mentre la fantomatica professoressa era caduta nella trappola del nominativo che poteva essere accusativo. Ero stato quindi l’unico su decine di maturandi a svolgere il compito in maniera corretta.
Quando ero partito per Locri pensavo che avrei svolto un buon esame, che però non mi avrebbe permesso di superare il triennio condensato, al massimo solo un biennio. Già mi vedevo chiuso in casa un altro anno a studiare. Davanti a quell’applauso mi resi conto che avrei potuto farcela: tentare l’esame per il triennio e uscirne vincitore.
Insomma mi gasai e, forte della preparazione di Baffo e Baffetto, uscii addirittura con 42. Per i maturandi di oggi spiego: ai tempi i voti erano in sessantesimi, quindi 42/60 era pari a un 70/100 attuale. La media del sette, insomma. Ci vuol tanto a far due conti?
Tornavo a casa da trionfatore, dopo aver superato ben due esami di maturità in uno. Oltre al mio, infatti, dovetti superare in parte anche quello del mio amico Maurizio Motta.
Maurizio, per usare un termine tecnico, non sapeva un cazzo. Non aveva mai studiato in vita sua, ma era un grandissimo parlatore e sapeva intortare i professori che alla fine, incantati, gli concedevano un sei. Naturalmente Maurizio non era iscritto al classico ma alle magistrali, un corso di studi notoriamente più semplice. Eppure anche lì zoppicò al punto di doversi iscrivere al mio stesso istituto per recuperare, e fortuna volle che venisse anche lui a Locri per affrontare quella sudata maturità.
Il nostro piano era semplice: io mi sarei spacciato per lui, facendomi interrogare al posto suo. Tanto laggiù non ci conosceva nessuno, e aule e commissioni erano diverse da quelle dei maturandi classici.
A rendere più facile il tutto c’era anche il lassismo che regnava nella commissione delle magistrali. I professori che esaminavano i ragazzi del classico riuscivano a darsi un contegno – non dimenticate che Locri faceva parte della Magna Grecia! – ma alle magistrali lo svacco era totale: c’erano studenti che si facevano interrogare in pantaloncini, quasi in costume da bagno. Il casino era tale che proposi a Maurizio l’idea dello scambio. E così, in un paio di esami, quando il bidello gridò: «Motta Maurizio!», mi presentai io e superai lo scoglio «per conto terzi».
Eppure qualche esamino Maurizio è stato costretto ad affrontarlo, cavandosela lo stesso egregiamente. Ho sempre avuto il sospetto che avesse preso accordi con un mafiosetto locale, perché nelle rare volte in cui lo interrogarono c’era un misterioso individuo che se ne stava seduto in fondo alla classe, con la faccia di fronte alla commissione benché fosse nascosto da un quotidiano sportivo aperto. Quando il professore faceva a Maurizio una domanda difficile quello abbassava il giornale, guardava il professore e faceva con la lingua un suono tipo «Ntz!», come per dire: ma che stai facendo?
Cose da morir dal ridere. Maurizio non sapeva proprio un cazzo, ma i professori che lo interrogavano caddero nella trappola della sua chiacchiera sciolta e della sua faccia tosta. A un certo punto gli chiesero di tradurre in italiano il titolo del famoso libro di Cesare, il De bello gallico. Maurizio, in tutta sicurezza, rispose: «Il bello dei galli». «Bravo», rispose il professore che evidentemente aveva percepito l’inesorabile «Ntz!» del mafiosetto con il giornale.
È stata una fortuna per l’Italia che in seguito Maurizio non abbia sfruttato mai quel diploma preso di contrabbando e non abbia fatto l’insegnante. Però ebbe la faccia tosta di iscriversi all’università, dove passò cinque anni senza dare un solo esame, preferendo trascorrere il tempo davanti al bar suo omonimo, sempre vestito all’ultima moda e sempre circondato da ragazze che pendevano dalle sue labbra. I suoi lo credevano ormai prossimo alla laurea, e fu un duro colpo per loro scoprire la verità. Non ricordo come Maurizio abbia risolto la cosa, ma se la cavò. Sui giornali ho letto di casi simili in cui finti universitari sono scappati o addirittura si sono ammazzati quando sono stati scoperti. Nel caso di Maurizio alla fine fu il padre a morire di crepacuore. La personalità fortissima del Motta ebbe ancora una volta la meglio.
Finì che, quando diventai attore a tempo pieno, presi il Motta con me per farmi da segretario, assistente e autista. Ma prima di tutto era sempre il mio amico, un genio al quale mi sono spesso ispirato perché era un grande battutista.
Tornando alla maturità, Maurizio scappò nella notte dopo l’ultimo esame per evitare, come vi ho detto, la vendetta di mezza Locride alla quale aveva promesso un mondo di magliette e jeans.
Io partii da solo, con più calma, soddisfatto dei miei risultati e un po’ inquieto per il futuro. Avevo sognato di fare l’insegnante di greco e latino dopo una laurea in lettere antiche a Bologna. Il modo brillante con cui avevo superato la maturità mi aveva fatto guadagnare anche una borsa di studio. Una vita programmata che mi faceva paura. Sul treno che mi riportava a Verona dopo quasi un mese sentivo dentro di me una lotta: da una parte l’aoristo e gli spiriti aspri, dall’altra la recitazione e la musica. Di qui Cicerone, Catullo, Aristofane e Lesbo, di là Umberto Smaila, Nini Salerno, Franco Oppini, Gianandrea Gazzola e Spray Mallaby.
In mezzo, preda di mille dubbi, c’ero io.

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