Cerchiamo di chiamarci compagni

Dom, 12/01/2020 - 14:00

Vent'anni fa moriva ad Hammamet Bettino Craxi. Un grande, controverso, Statista. Dotato di intelligenza superiore e spiccata personalità.
Ironico come sanno essere le persone particolarmente intelligenti.
Si narra che in un incontro con Reagan, nel bel mezzo della solita crisi di Governo, al Presidente che chiedeva: "Come va la crisi?", rispose di getto: “Benissimo, grazie”.
Sta per uscire un film.
Sono stati pubblicati interessanti libri. Cito quello di Fabio Martini.
Dopo vent'anni ancora non si è riusciti ad approdare a un giudizio storico/politico condiviso. Per i detrattori Craxi è morto latitante. Per gli estimatori esule.
Il figlio Bobo lo ha ricordato con una lunga meditata intervista a Repubblica. Da leggere rigo per rigo. Certo, un figlio che parla del padre. Ma cerca, e senza particolare fatica, di trovare le risposte pertinenti ai più spinosi aspetti della vicenda politica e umana dello Statista, Segretario di Partito e, forse, marginalmente, anche padre.
Purtroppo il senso comune diffuso attribuisce la fine politica e fisica, addirittura, al giustizialismo del PCI e alla egemonia esercitata sulle Procure, per il tramite di Violante. Nessuno si preoccupa di andare un po' oltre e guardare a quel muro caduto nell'89. Si cercava un nuovo ordine, e Craxi non era certamente il tipo da prenderne da altri. Sigonella docet.
Quel Muro delimitava, nella sua crudele fisicità, due mondi, e tutto ciò che riguardava chi ne stava al riparo, a est e a ovest, godeva di una sorta di immunità. In particolare, a Occidente, ciò valeva anche per chi stava all'opposizione, vedi Berlinguer e l'ombrello della Nato. Le Procure erano "Porti delle nebbie". Nessuno processava nessuno.
La regola era "quaeta non movere et mota quaetare". E così arrivavano rubli, fino a un certo periodo, e dollari. Ad libitum. Il discorso di Craxi alla Camera denuncia le forme illecite di finanziamento ai partiti. Anche se la necessaria generalizzazione, funzionale al suo legittimo obiettivo, difetta parecchio di verità, facendo di tutta l'erba un fascio. Non ho lo spazio per dimostrarlo, ma lo affermo a ragion veduta.
Craxi, piuttosto, era animato da un obiettivo politico alto, l'Autonomia Socialista, non sempre declinato in maniera lineare.
Il carattere determinato dell'Uomo faceva il resto.
Sgomitare a destra e sinistra per dare centralità all'Idea Socialista era senz'altro un obiettivo legittimo.
Forse sostenuto più da indubbie qualità politiche, che da supporti ideali credibili, vedi il saggio su Proudhon. Vedeva nel compromesso storico la tagliola che si stringeva sul PSI. La strategia di Berlinguer prevedeva l'incontro di tutte le forze costituenti, comunisti, socialisti, cattolici, allo scopo di consentire lo sviluppo delle forze produttive senza mettere a rischio le garanzie democratiche. Il tutto senza che ci fosse il vincolo dell'appartenenza religiosa, in una società in via di secolarizzazione. Ciò forse consentiva anche, al PCI, di non dar conto del problema dell'alternanza. Cosa invece ben chiara a Moro che, leggendo i mutamenti e i rischi, riteneva che la legittimazione reciproca di forze contrapposte fosse un passaggio intermedio, funzionale proprio all'alternanza. Con la garanzia della tenuta democratica e dell'autonomia del nostro Paese nel quadro di un alleanza internazionale condivisa e di comuni valori fondamentali. Ma Craxi rifiuta di misurarsi su questo terreno.
Il segretario Socialista va certamente oltre il pigro centro-sinistra doroteo. Marginalizza gli esponenti del suo stesso partito, che ne erano stati protagonisti, nel bene e nel male. È così per De Martino, Mancini, Giolitti ecc. Imprime la Sua spinta di innovazione, capisce, prima di altri, cosa vuol dire terziarizzazione dell'economia e fine del fordismo, intuisce la necessità di una profonda riforma istituzionale…
Si muove con l'agilità e la spregiudicatezza di un vascello pirata, perché a bordo ha poco da custodire in cambusa. Non rinnega il Socialismo, ma cerca di adattare i principi primordiali di solidarietà al mutare dei tempi e alle nuove dinamiche sociali. Craxi è un uomo di sinistra, in ogni passaggio politico.
Altri, pur intuendo la necessità di cambiare, si muovono con maggiore circospezione. Devono cercare di perdere meno carico possibile. E si tratta di un carico di idee, di storia, di uomini che non può essere abbandonato con serena leggerezza. Ecco: tattica e strategia.
Da un lato l'affermazione dell'egemonia Socialista, dall'altra il gioco spregiudicato delle alleanze. La finalità ultima è quella di indebolire il PCI sul terreno dello scontro ideale, e la DC, alla quale si contende l'egemonia sul potere politico ed economico, e finanche nei rapporti col Vaticano. Titanico. Ora è noto a tutti che la politica è rapporto tra desideri e possibilità.
E Craxi, grande politico, è il primo a saperlo.
Sorge quindi, in me, il dubbio che questo titanico progetto, già nella visione del Suo artefice, fosse chiaramente irrealizzabile, e quindi si traducesse in una navigazione a vista.
Del resto, caduto il Muro, perché non si approfondisce il discorso con il PDS?
A Bologna, durante il Congresso, fui testimone del cordiale incontro con Occhetto.
Superare i fischi di Verona a Berlinguer non era certo facile. Eppure quella era la via maestra. Tutto in quel momento poteva cambiare perché nessuno era più al riparo o condizionato dal Muro. Ciò che avvenne è cronaca. Occhetto, non registrando entusiasmo, cercò, forse in fretta, di andare oltre, Craxi scelse il CAF. Addio Rimini. Addio meriti e bisogni. Poco importa discettare sulle responsabilità di trent'anni fa.
Quello che da uomo di sinistra registro è l'approdo al berlusconismo di buona parte dei compagni socialisti, e un PD alla continua ricerca del tempo perduto.
L'una cosa e l’altra, per me, sono intollerabili.
Forse oggi anche poco comprensibili.
Pensate un po', i craxiani con Salvini, e gli eredi di Berlinguer a fare i distinguo con Renzi (?) e Di Maio.
Sapete che vi dico, semplificando? Cerchiamo di guardare al futuro, cercando serenamente di individuare, se vale, giudizi e ricostruzioni condivise.
Cerchiamo di chiamarci compagni.
Milano ce la siamo bevuta, da tempo, e a Mosca, da tempo, c'è Putin.

Autore: 
Francesco Riccio
Rubrica: 

Notizie correlate