Cavallaro conquista Giappone e Australia ma non farà più ballare Caulonia

Dom, 01/12/2019 - 11:00

Il popolo calabrese ormai è abituato o ancor peggio rassegnato a lasciare la propria terra in cerca di opportunità e di speranza. Benché questa realtà sia triste e sconfortante, essa ci consente di diffondere la nostra storia e la nostra cultura in tutte le parti del mondo. Tale compito viene svolto con ancora più efficacia dai numerosi ambasciatori di cultura calabrese che, sia in ambito enogastronomico, sia artistico, sia sociale, fanno sentire i nostri emigrati come se fossero nella loro amata Calabria. Tra questi rappresentanti spicca sicuramente il guru della musica popolare calabrese, Mimmo Cavallaro. Di ritorno dalla sua tournée in Giappone e Australia, il maestro è venuto a trovarci in redazione raccontandoci di come due mondi così distanti tra loro possano essere unificati dai ritmi della musica calabrese.
Che bilancio sente di fare di questa sua tournée nel Pacifico?
È stata un’esperienza straordinaria! La prima tappa del mio tour si è svolta a Osaka, in cui l’Istituto Italiano di Cultura ha organizzato una serie di eventi che ci hanno dato la possibilità di far conoscere la nostra cultura popolare in un paese in cui le tradizioni calabresi sono pressoché inesistenti. I giapponesi dal canto loro hanno risposto con tanta curiosità, attenzione e fascino nei confronti di una tradizione ben lontana dai loro canoni. Spostandoci in Australia invece, una volta giunti nella città di Adelaide, la comunità calabrese della zona ci ha accolto con molto entusiasmo. Il giorno seguente al nostro arrivo, siamo stati inviati a visitare la casa di cura Sant’Ilarione Abate, costruita dagli emigrati cauloniesi, e lì abbiamo avuto modo di constatare di persona quanto è importante l’aiuto e il supporto che la comunità calabrese dà all’Australia. Con queste persone abbiamo trascorso un’intera giornata all’insegna della musica, della tradizione e del folklore. Posso dire che l’esibizione di quel giorno è stata una delle tappe più belle del nostro tour.
Quali differenze ha riscontrato nel pubblico giapponese rispetto a quello australiano?
Ci siamo trovati di fronte a due pubblici totalmente diversi. Il Giappone è stata un’incognita, una scommessa che abbiamo vinto. Sapevamo di non poter fare affidamento sulle comunità calabresi o su un pubblico italiano numeroso; tuttavia, i giapponesi si sono rivelati molto ospitali, cordiali e curiosi nei nostri confronti. Benché conoscessero poco delle nostre tradizioni, hanno apprezzato particolarmente i ritmi della nostra tarantella. In Australia invece era come se fossimo a casa. Il pubblico era composto prevalentemente da italiani, calabresi soprattutto, e la nostra musica ha risvegliato in loro emozioni e ricordi lontani.
Secondo lei cosa ha reso un popolo così socialmente e culturalmente distante dal nostro come quello giapponese curioso nei confronti della nostra musica?
I giapponesi sono affascinati da tutto ciò che riguarda la cultura italiana e in generale dalle novità che giungono dal resto del mondo. Alla fine di un mio concerto, ho avuto la possibilità di parlare con un giapponese esperto di musica e scoprire che ascolta e apprezza da tempo la musica classica italiana. Non conosceva invece la musica popolare calabrese. L’energia e le emozioni che la tarantella gli hanno trasmesso lo hanno affascinato e suggestionato. Per lui, come per il resto del suo popolo, la nostra musica è stata una grande novità.
Quindi la cultura popolare può considerarsi un vettore che contribuisce a unificare popoli diversi?
Assolutamente sì e vi faccio due esempi. La sera che siamo arrivati a Osaka siamo capitati in un locale in cui si esibiva una band del luogo. Una volta conclusa la loro esibizione anche noi abbiamo avuto la possibilità di suonare instaurando così un rapporto di stima e professionalità con quel gruppo. Infatti, il giorno del nostro concerto, abbiamo invitato il leader della loro band a esibirsi con noi, dimostrando così che da due generi totalmente diversi può nascere un connubio perfetto. Anche durante lo spettacolo di Melbourne abbiamo invitato a suonare sul nostro palco alcuni artisti locali. Un musicista aborigeno ha così suonato il digeridù, uno strumento a fiato della tradizione australiana, assieme alle cantanti Kavisha Mazzella ed Elvira Andreoli. Ciò dimostra, a mio parere, che le culture popolari, soprattutto quelle musicali, si aggregano e si diffondono facilmente perché sono tramandate dalla gente e non costruite dagli intellettuali. Costituiscono un linguaggio umile e universale, che viene facilmente recepito e apprezzato in tutte le parti del mondo.
In quali altre zone del mondo vorrebbe esportare la nostra cultura popolare?
Io vorrei diffondere la cultura calabrese in tutte le parti del mondo. Credo fortemente che la nostra musica, la tarantella in particolare, meriti di essere conosciuta in ogni angolo del globo.
Quali altre tappe del suo tour le sono rimaste impresse nel cuore?
Al concerto di Melbourne ci siamo trovati davanti a un pubblico prevalentemente giovane; ragazzi che hanno ballato e cantato per tutto lo spettacolo dandomi la sensazione di esibirmi in una delle nostre piazze. Altro momento straordinario è stato il concerto di Sydney, organizzato dalla comunità roccellese in occasione della festa della Madonna delle Grazie e di Sant’Antonio. Lì abbiamo incontrato un pubblico che per la maggior parte del tempo è rimasto seduto e in silenzio ad ascoltare la nostra esibizione per poi mettersi a ballare e cantare solo nel finale. Questi concerti mi hanno lasciato delle emozioni incredibili e dei ricordi che custodirò per sempre, per i quali sento il dovere di ringraziare la mia band composta da Gabriele Albanese, Andrea Simonetta, Francesco Carioti, Silvia Arioti e Valentia Donato, l’Istituto Italiano di Cultura di Osaka, Miky Fazzolari, Felice Paone, Elvira Andreoli, Angelo Sposato, l’agenzia musicale “Musica In” di Mimmo Marino, Gianni Roccisano, la direzione del club Marconi e il comitato Festa della Madonna delle Grazie di Sydney.
Tornando brevemente nella Locride per le battute finali, abbiamo letto questa estate che non ricopre più il ruolo di Direttore Artistico del Kaulonia Tarantella Festival…
Diciamo che il Festival di Caulonia ha preso un’altra strada. L’Amministrazione Comunale ha dato incarico a Carlo Frascà come Consulente Artistico.
E non come direttore?
Non saprei. Certo io sono stato al Festival e ho dato il mio contributo, ma non ho svolto la funzione di Direttore Artistico. Resta il mio Festival, e in qualunque caso io sarò sempre lì, ma le condizioni non sono più quelle di una volta. Io ho dato una mano, ho dato ciò che potevo perché sono legato molto alla manifestazione e al mio paese, ma quest’anno sono stato tenuto ai margini del Festival.
Un artista vive sempre con una sensibilità diversa i problemi del proprio territorio. Noi questa settimana abbiamo parlato di 320 persone che non ricevono lo stipendio e rischiano di perdere il lavoro al Centro Radiologico di Siderno e a Locride Ambiente, una situazione secondo noi dettata anche dalle ingerenze delle commissioni straordinarie, delegate a ripristinare le condizioni di legalità dei nostri Enti eppure guidate da una fredda logica che spesso paralizza i nostri comuni e finisce con lo spingere queste persone proprio verso il malaffare. Lei che pensa di questa situazione?
Credo che questo sia il segnale di un sistema che non funziona. La politica in questi anni ha svolto un ruolo di spettatore contribuendo al degrado sociale della nostra regione. Il sud è sempre più impoverito dal punto di vista economico e intellettuale e assistiamo a un’emorragia continua di giovani. La mancanza complessiva di questi fattori ci proietta in una situazione futura non bella.
Ma pensa che ci sia ancora speranza?
La speranza, naturalmente, è sempre l’ultima a morire, ma credo che, arrivati a questo punto, sia anche necessario prendere coscienza di quale sia la gravità della situazione e che ognuno di noi, nel suo piccolo, si rimbocchi le maniche cercando di creare reti che ci possano permettere di fare fronte insieme a questa crisi che è più grande noi.

Autore: 
Gaetano Marando
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