Caso Cordì: una narrazione diversa di questa terra è davvero possibile

Dom, 09/02/2020 - 09:30

Gli sviluppi dell’omicidio di Vincenzo Cordì, l’uomo trovato carbonizzato all’interno della propria autovettura in località Scialata lo scorso 13 novembre, sembra aprire un nuovo corso nell’atteggiamento tenuto dalle Forze dell’Ordine nei confronti del nostro territorio. Questo non solo perché, dopo moltissimi anni, la conferenza stampa utile a illustrare lo svolgimento delle indagini si è tenuta finalmente presso il Comando che ha indagato sul caso e non, come avveniva in passato, presso quello Provinciale di Reggio Calabria, ma anche per le parole dette dai rappresentanti della legge intervenuti per l’occasione.
L’operazione che ha permesso di ricostruire la morte di Vincenzo, al centro di un disegno criminale tracciato, secondo gli inquirenti, con fredda premeditazione da Susanna Brescia, da suo figlio Francesco Sfara e dall’amante Giuseppe Menniti, è infatti stata esplicitamente presentata dal Comandante Provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria Giuseppe Battaglia come un’indagine condotta “con grande passione per rendere giustizia a un cittadino” che, in quanto tale, non rientra nell’ambito delle attività antindrangheta tanto frequenti sul nostro territorio “ma tra quelle che conduciamo per la popolazione e per la comunità che ci premuriamo di servire”. Una dichiarazione cui hanno fatto eco le parole del Procuratore della Repubblica di Locri, Luigi D’Alessio (“Un omicidio al quale ci si è sentiti in dovere di trovare soluzione proprio perché non iscritto in un ambito relativo alla criminalità organizzata”) e del comandante del Gruppo Carabinieri di Locri Giovanni Capone (“Il delitto più efferato consumatosi su questo territorio non solo per le modalità di esecuzione ma per la premeditazione del disegno criminoso portato a compimento”) che evidenziano, forse per la prima volta, la volontà di trattare anche questo come un territorio normale, in cui i fatti di cronaca sono “solo” storture che le Forze dell’Ordine si impegnano a raddrizzare.
L’accoglienza riservata ai giornalisti dal Comando dei Carabinieri di Locri in occasione della conferenza stampa di lunedì pomeriggio, infatti, ha portato con sé una cortesia professionale che, come già evidenziato in occasione del saluto di fine anno che il Tenente Colonnello Capone aveva rivolto alla nostra categoria, si inserisce in un rapporto di rinvigorita collaborazione tra stampa e Arma. Grazie a un dialogo diretto con i Carabinieri, finalmente disposti a rivedere le procedure di convocazione delle conferenze offrendo così anche ai giornalisti locali l’occasione preziosa di raccontare in prima persona i fatti, si evita una volta per tutte il rischio di leggere narrazioni sommarie e pregiudiziali che i giornalisti effettuano andando a colmare con le supposizioni i vuoti che i Carabinieri potrebbero lasciare. Si limita, insomma, la possibilità che colleghi accorsi per compilare la pagina di nera senza alcuna conoscenza del contesto in cui sono maturati i crimini, si lascino andare a titoloni o a dichiarazioni che gettano fango su un’intera comunità senza centrare il nocciolo vero delle questioni.
Ricorderete il caso di Ernesto Ienco, il 31enne assassinato a Riace nel 2015 dalla moglie Sabrina Marziano e dal suo amante Agostino Micelotta e, probabilmente, ricorderete anche che il TG5 bollò immediatamente l’omicidio come un probabile caso di ‘ndrangheta avvenuto a Locri, tanto da far insorgere persino il sindaco Giovanni Calabrese, che scrisse alla redazione un’indignatissima lettera in cui esigeva giustamente delle scuse. Ecco, a nostro parere, proprio la mancanza di comunicazione tra forze dell’ordine e giornali locali è stata alla base di quella diffusione incontrollata di notizie false che, guarda caso, per l’omicidio di Vincenzo Cordì non si è verificata.
Ma, come accennavamo in apertura, c’è di più: alla professionalità ed efficienza a cui i nostri Carabinieri ci hanno da sempre abituato si accosta finalmente un’esplicita attenzione nei confronti del territorio stesso, che si declina in un atteggiamento meno distaccato nei confronti delle esigenze del cittadino e, soprattutto, nel relegare la ‘ndrangheta a ciò che veramente è, un fenomeno criminale odioso e sicuramente insistente sul territorio, ma non onnipervasivo e in grado di viziare il comportamento di chiunque. Una disposizione benevola nei confronti del comprensorio che si pone perfettamente in scia alle parole pronunciate dal Procuratore di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri durante l’apertura dell’anno giudiziario e che ci fa scorgere davvero un futuro un po’ meno cupo per questa terra.
Nel frattempo, non possiamo che ringraziare il sostituto procuratore Marzia Currao e il comandante della Compagnia Carabinieri di Roccella Jonica Carmelo Beringheli per aver svolto le indagini relative a un caso di cronaca molto complesso in così breve tempo e, soprattutto, D’Alessio, Battaglia e Capone per aver dimostrato, con così poco, che una narrazione diversa di questa terra è davvero possibile.

Autore: 
Jacopo Giuca
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