Bill Evans: il pianista melodico romantico

Dom, 03/05/2020 - 18:30

Bill Evans, nato nel New Jersey il 16 agosto 1929, di padre scozzese e di madre ucraina, talento precoce, si avvicina alla musica sin da bambino e per volere dei genitori si dedica al violino, che poi abbandona per il flauto; ma il suo unico vero amore era il piano, ne è prova una fotografia, bellissima e struggente, che lo ritrae tra gli otto e i nove anni con un violino sotto il braccio e lo sguardo malinconico che sembra perdersi nell’infinito.
Bill si avvicina al pianoforte tramite il fratello Harry, nei cui confronti nutriva un’incondizionata ammirazione e che voleva emulare a tutti i costi.
Earl Epps, suo cugino, molto vicino alla famiglia di Bill, in una intervista ebbe a dire che il piccolo Bill se ne stava rannicchiato in un angolo ad ascoltare il fratello mentre suonava e quando tutti si allontanavano si arrampicava sul seggiolino e strimpellava a orecchio quanto aveva precedentemente ascoltato.
Un vero prodigio che secondo gli psicoanalisti ha vissuto il dramma del bambino troppo dotato.
Il giovane Bill, descritto dai suoi insegnanti del college come ottimo improvvisatore, anche se avviato agli studi classici, accanto a Bach, Beethoven, Brahms, Chopin, Debussy e alla migliore letteratura pianistica del Novecento, amava esercitarsi per conto proprio facendo delle sue composizioni.
Risale, infatti, a quel periodo la composizione di “Very Early”, un brano lirico in tre quarti che segnalò con grande anticipo la sua ispirata vena di autore.
Scopre il jazz quasi per caso, all’età di dodici anni, suonando nell’orchestra di Buddy Valentino quando intuisce che si può andare oltre le note scritte nel pentagramma.
Da allora, come racconta, per lui si aprì un nuovo orizzonte: l’improvvisazione jazz che permette di rompere i rigidi schemi della musica accademica.
È del 1955 la prima incisione professionale a fianco della cantante Lucy Reed, in cui fa già la sua comparsa il capolavoro “Waltz for Debby”, brano dedicato alla figlia del fratello Harry.
La sua consacrazione è avvenuta con la scrittura di “Kind of Blue”, uno dei migliori album mai incisi nella storia della musica afro-americana, in cui ha suonato a fianco di musicisti del calibro di John Coltrane (sax tenore), Miles Davis (tromba) Cannoball Adderley (sax alto), Paul Chambres (contrabbasso) e Jimmy Cobb (batteria).
Ormai noto, lascia la formazione di Miles Davis e nel dicembre 1959 istituisce la sua “dream band” in trio con Scott LaFaro al contrabbasso e Paul Motian alla batteria, quella che sarebbe stata giudicata la migliore formazione.
Bill Evans nutriva grande stima per il giovane contrabbassista Scott LaFaro e di lui parlava in maniera entusiasta, tanto che in una sua intervista disse: “Lui, Paul e io eravamo d’accordo, senza bisogno di discorsi, sul tempo di libertà e di responsabilità che volevamo per la musica, su come fare in modo che questa si sviluppasse senza che fossimo vincolati da alcuna restrizione”.
È con questa formazione che è stato concepito un nuovo modo di suonare esprimendo un approccio più libero di quello usuale in quel tempo per un trio (in cui il contrabbasso e la batteria si limitavano al ruolo statico e subordinato di accompagnatori del pianista) l’idea di una sorta di collettiva improvvisazione a tre venne a Bill Evans da sue riflessioni relative alla musica colta.
Con questo trio la musica volò verso vette altissime soprattutto con l’incisione nel tempio del jazz newyorkese, il Village Vanguard, di due live: “Sunday at the Village Vanguard” e “At the Village Vanguard”.
In tale occasione il trio di Bill Evans fece faville suonando cinque set tra pomeriggio e sera, incidendo tredici brani.
Durante le incisioni si sentono distintamente il brusio del pubblico e i rumori di fondo; ma Evans, Motian e La Faro sembravano non farci caso e proseguirono per la loro strada in equilibrio ormai perfetto.
“My Romance”, splendida ballad di Rodgers e Hart, fu l’ideale trampolino di lancio per il contrabbasso iconoclasta di Scott LaFaro, che improvvisava con grande creatività.
In “Solar” di Miles Davis il trio andava al massimo, come pure in “Waltz for Debby”, in “Jade Vision” e in “Gloria’s Step”, dove LaFaro sfoggiava tutta la sua vena sperimentale e il suo eccelso controllo strumentale.
LaFaro, soddisfattissimo di queste esibizioni, disse ai suoi compagni: “Queste due settimane sono state incredibili, finalmente ho fatto un disco di cui sono felice”.
Purtroppo, dieci giorni dopo, la vita di Scott LaFaro era tragicamente stroncata da un incidente automobilistico.
Solare ed estroverso, LaFaro lasciò un vuoto incolmabile nell’animo di Bill Evans, che piombò in un grave stato di depressivo che lo portò a rifugiarsi nella droga.
L’incontro con Chuck Israels, che ha sostituito nel famoso trio Scott LaFaro dopo la sua tragica scomparsa, contribuì a fargli riprendere l’attività ma, nonostante qualche buona prova discografica, il miracolo di empatia non si ripeté più.
Bill Evans, nel 1963, incise l’album “Conversation with Myself”, un album con tre parti di pianoforte sovraincise, come a voler ribadire che il trio (anche in solitudine) è una formula perfetta e magica.
Il disco, nel 1964, vinse un prestigioso Grammy Award come miglior album dell’anno.
L’incontro con il contrabbassista portoricano Eddie Gomez, avvenuto nel 1966, durato per ben 11 anni, segnò una nuova era per Bill Evans, che durante questo periodo ha registrato molti album di successo tra cui “Bill Evans at the Montreux Jazz Festival”, “Alone” e “The Bill Evans Album”.
Bill Evans ebbe due compagne: Elaine e Nenette, ma fu costretto a sacrificare la vita affettiva per la carriera musicale.
La sua vita è stata costellata da numerosi lutti: egli, infatti, nel 1971 aveva perso la compagna Ellaine, morta suicida nella linea della metro newyorkese, poi il padre Harry, distrutto dall'alcol e, nel 1979, perde il caro fratello Harry (all'età di 52 anni) per suicidio.
Evans è tormentato dal senso della morte, come attesta anche il suo disco “You Must Believe in Spring” dedicato al tema della morte, tanto che in ogni singolo brano rievoca questo concetto così oscuro.
A causa di tutti questi lutti la droga si impadronì di lui segnandolo fortemente fino alla sua morte.
Evans, nel mese di settembre del 1980, ricevette un nuovo ingaggio al jazz club “Fat Tuesday” nella città di New York, ma alcuni giorni prima ha declinato l’impegno perché stava male e non era nelle condizioni di suonare.
Viene convinto da Marc Johnson e Joe LaBarbera, con cui all’epoca componeva il suo trio, a farsi ricoverare in ospedale.
Anche in tale occasione, come era suo solito, riesce a non perdere il suo umorismo pungente o la sua proverbiale compostezza.
E, infatti, durante il trasporto in ospedale, disse: “Devo essere vicino alla fine, perché vedo tutte queste belle ragazze passare e la cosa non mi fa alcun effetto”.
Rapidamente la sua situazione peggiorò e, a causa di una serie di emorragie collegate alla grave epatite, fece precipitare la situazione. Bill Evans muore il 15 settembre 1980, all’età di 51 anni: con lui si spegne la massima espressione jazzistica non volta a trascinar le folle, ma a sussurrar sé stesso.

Autore: 
Enzo Nobile
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