Antonio Catanzariti, il platiese costretto a costruire le bombe per far vincere i tedeschi

Dom, 08/12/2019 - 18:30

Montenegro 12 Agosto 1943
Mia carissima Antonia,
subito rispondo la tua cara e da me tanto desiderata lettera, la quale mi ha tanto consolato sentendo che vi trovate tutti in buona salute, così posso dire di me almeno fino a questo momento. Bene dunque, cara sposa, non ti preoccupare per quanto hai sentito di questi bombardamenti, perché qui dove siamo noi non c’è nessun pericolo, anzi spero quanto prima di venire in licenza. Se puoi cerca di recuperare 5 litri di olio, che li devo portare con me, in cambio del sale che ho già preso per voi, perché so che a Platì non se ne trova. Basta adesso carissima sposa, mi saluti i miei genitori, tuo padre e tua madre, tua sorella Maria, i Sangiovanni e tutti i vicini di casa. Un bacio ai nostri carissimi figli e uno a te, dal tuo sposo lontano che vi ama con tutto il cuore e che sempre vi pensa.
Catanzariti Antonio.
P.s. Salutiamo chi legge

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Aussig, Germania primavera 1944
La luce filtra a malapena attraverso le palpebre che a fatica cerco di aprire. Mi sembra di avere inghiottito delle braci, tanto è il calore e il dolore che sento dentro di me. Eppure dovrei sentire freddo, in questi primi giorni di Aprile, in quest’angolo di baracca, la numero sette del Konzentrationslager di Aussig, dove da molti giorni, ho perso il conto oramai, sono sdraiato nell’angolo più riparato e più lontano dall’ingresso. È stato compare Peppe a crearmi un giaciglio e a sistemarmi qui, e tra qualche ora, all’imbrunire, tornerà assieme agli altri per la notte, per quelle poche ore di riposo che sono indispensabili per andare avanti in questo posto abbandonato da Dio. L’ammoniaca e gli altri composti chimici che maneggiamo giornalmente mi hanno fregato; la continua esposizione a queste sostanze che riempiamo nei sacchi per il trasporto, non mi fa più respirare e mi ha reso quasi cieco a causa delle ulcere e delle piaghe che si sono formate sui miei occhi e sul mio corpo. Cerco di ingoiare qualche pezzo di patata bollita e di bere un poco di brodo in cui nuota qualche pezzo di rapa, che compare Peppe insiste per farmi mangiare, ma la mia gola sembra rivestita di carta vetrata, e il solo tentativo di inghiottire mi provoca accessi di tosse interminabili. Maledetta guerra! E maledetto Badoglio, bastardo traditore, lui e il Re, che dopo l’8 Settembre ci hanno abbandonati, nelle mani dei Tedeschi. Una parte del battaglione Messina in cui militavo, dopo una breve battaglia, è stato catturato, e tutti noi soldati siamo stati deportati. Caricati in carri bestiame e portati nei campi di concentramento e di lavoro, registrati come IMI, Internati Militari Italiani, definizione che consente ai tedeschi di trattarci alla mercé di schiavi e di rifiutare la concessione dei diritti internazionali che dovrebbero tutelare i prigionieri di guerra. Tutte quelle polveri chimiche che quotidianamente trasportiamo e respiriamo nel capannone dove stanno stipate in sacchi da 50 chili, ci stanno decimando uno ad uno. Dicono che ci fanno le bombe, la dinamite e le mine con queste polveri, e che stanno costruendo armi che permetteranno al glorioso esercito Tedesco, di vincere la guerra, ma per noi prigionieri Italiani non cambierà niente, sia che vincano i Tedeschi, sia che vincano i Russi, gli Inglesi e gli Americani. La nostra sola speranza è quella di riuscire a rimanere vivi in questo Lager e di poter fare ritorno alle nostre case, alle nostre famiglie. Chissà se quest’anno al paese gli ulivi hanno portato frutti a sufficienza, e se almeno la terra sia stata generosa e abbia dato grano e granturco per il sostentamento di chi è rimasto. A quest’ora il piccolo Domenico avrà imparato a camminare e le sorelline Maria e Paola magari aiuteranno la loro madre a fare qualcosa in casa e nell’orto! Chissà se li rivedrò ancora, chissà se riuscirò a tornare da questo Inferno al mio paese, alle mie montagne, che a quest’ora avranno cambiato il cupo colore marrone dell’inverno e si saranno già rivestite di verde per la primavera che sarà già arrivata. Il Kapò mi ha detto che forse mi porteranno in infermeria per essere curato, visto che il mio corpo non riesce a recuperare la salute senza le medicine e che sicuramente tornerò in forze per poter lavorare di nuovo assieme ai compagni di battaglione catturati assieme a me. Non so se è la verità, ma devo crederci, ce la devo fare, devo tornare da Antonia e dai miei figli, la mia vita non può e non deve finire qui, lontano in una terra straniera, dove non capisco che pochissime parole, a 34 anni, nell’età più bella di un uomo, quella in cui dovrebbe poter vivere in pace insieme ai suoi cari”.

“...E si ritrovò a snodare i passi di un ritorno che non ci sarebbe stato, in vista del paese in una scena d'autunno, con le case che degradavano dal monte tranciando la natura, una leggera foschia che impallidiva gli ulivi, i rami sottili di giovani castagni che si sollevavano nudi e scomposti a perforare il cielo. Sfumò lo sguardo sul volto bello di una giovane donna. E mutò la smorfia della morte in un sorriso dolce e tenue...”
Tratto da "Quell'acre odore di aglio" di Mimmo Gangemi

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“L’anno 1951, addì 31 del mese di Maggio nella Casa Comunale, io sottoscritto Prestia Francesco Sindaco e Ufficiale dello Stato Civile del Comune di Platì, verbalizzo la copia autentica dell’atto di morte ricevuto dal Ministero della Difesa/Esercito, di Catanzariti Antonio, nato a Platì il 13-08-1910, e deceduto ad Aussig (Germania) il 28-05-1944. Eseguita la trascrizione, ho munito del mio Visto la copia autentica ricevuta ed ho provveduto alla notifica della notizia alla famiglia”.

In memoria di mio nonno Antonio

Autore: 
Mimmo Catanzariti
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