Africo. Aspettando una nuova narrazione

Dom, 05/08/2018 - 17:20

Su quel che resta di un antico Paese, Africo, rovine e memoria che un tempo non molto lontano si chiamava Casilinuovo, oggi Africo antica per evitare di usare termini quasi volgari come Africo vecchio, sono state forse gettate le basi per una nuova narrazione della Calabria, dopo decenni di narrazione infamante e faziosa, che ha avuto la forza di spostare le montagne, ammazzare gli uomini, e tingere di nero ogni angolo della nostra invece bellissima e suggestiva terra di Calabria. Un utopia che muore per far nascere una nuova vita, come succede ancora da secoli sui piani della Campusa, dove lo spettacolo delle stelle alpine, le bocche di leone, il cardo mariano e le ginestre in fiore, fanno nascere la primavera sotto un cielo azzurro mare che fa ammirare meglio ancora, la rotta degli aerei di linea che solcano veloci quel limbo sereno contornato di stelle e lucciole impazzite, e ci aiutano a scrivere per raccontare la meravigliosa storia della vita.
Immagino primavera inoltrata e mai sopita, anche gli uomini travestiti da intellettuali che si sono inerpicati fino ai piani di Carrà e sotto la protezione di una potente e maestosa quercia hanno raccontato a se stessi e al mondo intero che non era più lontano, il desiderio di una pagina nuova, che diventa libro e racconti come mai è stato fatto in questi ultimi Cinquant’anni, lo spettacolo straordinario che sa di favola antica dei Paesi dell’Aspromonte e il resto della Calabria, sotto lo sguardo divertito di Corrado Alvaro, Saverio Starti, Pasquino Crupi e Antonio Delfino che, a turno, si sono affacciati dal balcone del grande cielo, per verificare di persona la bontà di un progetto che potrebbe cambiare la storia e il destino di interi Paesi e in particolare della Gente d’Aspromonte.
Scarabocchio queste poche e confuse righe all’ombra di Serro della Croce, comune di San Luca, un balcone naturale dal quale è possibile ammirare e godere lo spettacolo del suggestivo Santuario di Polsi, l’immensità della cima di Montalto che quasi tocco con le mani, mentre cuochi improvvisati e mai stanchi servono carne bollita e fette di pane spruzzate di pomodoro e condite con l’olio, il sale e l’origano selvatico che mi aiutano a digerire meglio l’impronta di quello che fino a pochi anni fa era il famoso lago di San Costantino, poi ribattezzato degli Oleandri in onore del viaggiatore inglese Edward Lear. Ma devo aggiungere che scrivo con fatica perché non sono del tutto convinto, non della bontà del progetto, ma degli uomini che questo progetto dovrebbero realizzare, perché da quello che mi è stato detto e leggendo una parte dei resoconti apparsi sui giornali, ho capito si, che a parlare di nuova narrazione della nostra Calabria, sono stati una parte degli scrittori e giornalisti che meglio ci rappresentano nel mondo, ma c’erano anche tutti quelli che da anni della Calabria e dei calabresi hanno raccontato soltanto le cose brutte e non ci hanno pensato due volte, quando gli è capitata l’occasione, a scrivere male di una terra e di una generazione che male non è stata dipinta soltanto dalle penne intrise di odio che abitano e vivono a nord della nostra terra. Il peggiore nemico della Calabria siamo stati e continuiamo ad essere noi calabresi. Ecco perché penso che il dono che Africo ha fatto al resto della Calabria e al mondo intero, diventerà prezioso e acquisterà valenza soltanto se scriveremo con il cuore, e usando la penna del fanciullino che è dentro ognuno di noi, e non continuando invece ad usare la penna prezzolata che fino ad oggi, ha dominato la maggior parte degli autori che si sono interessati delle nostre storie e dei nostri Paesi e hanno visto ovunque Anime nere.

Post scriptum
Fulminati sulla strada per Campusa? È un augurio che faccio a me stesso e a tutti i calabresi della diaspora sociale e a tutti quelli che vogliono credere ancora nel valore della cultura come strumento di riscatto, altrimenti saremo costretti a subire in eterno i colpi che fanno male di una pletora di pseudo giornalisti ai quali poco può contrastare la forza e la bellezza di tutti quelli che vorrebbero scrivere per raccontare la primavera, con buona pace per il grande e mai capito Corrado Alvaro, che in uno dei suoi diari ( Quasi una vita) aveva scritto che “scrivendo si trova la via, come scavando si trova l’acqua”. Ed è questo che mi aspetto dalla nuova narrazione della nostra terra: la via e l’acqua!.

Autore: 
Antonio Strangio
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