“Mia madre mi generò, la politica mi prese subito”

Dom, 29/03/2020 - 12:30

Sesto io no, e nemmeno ottavo. Postremo, cioè nono, di un’affollata famiglia plebea che non sapeva mettere d’accordo il pranzo con la cena. Il mio arrivo, non contrastato, in quest’aiuola, che ci fa tanto feroci, non rappresentò un evento eccezionale. Erano Distratti. Non mia madre, ma per lei vale l’attenuante dell’invasione delle doglie del parto liberatore, non i miei fratelli e le mie sorelle (mio padre è morto nel 1964) ricordano l’ora in cui nacqui. Ma, poiché a casa mia nell’albeggiante notte in cui venni al mondo mancava il petrolio, c’è da immaginare che era del tutto improbabile l’esistenza di una sveglia. Al municipio di Bova Marina la data della mia nascita è registrata al 24 marzo 1940.
A casa mia non smisero di distrarsi, e mio padre mi registrò con il nome di Pasquino. Niente da spartire con l’umanista trecentesco Pasquino Cappelli, niente da spartire vieppiù, con il celebre compagno di Marforio.
Fu una distrazione. Gli dovette inciampare la lingua, a mio padre, in quel marzo 1940, e invece di Pasquale, gli uscì l’inusitato diminutivo.
Era la guerra quando io nacqui, l’Italia era tutta nera. A casa mia però, nera era solo la miseria. Mio padre, quinta elementare e mente matematica, era antifascista. Il suo antifascismo nasceva dalle cose, non dai libri. Vedeva attorno a sé contadini piegati sotto la sferza dei gerarchi della terra in camicia nera, e in loro odiava il fascismo. Ebbe più perquisizioni che persecuzioni. Come dire: ogni tanto lo chiamavano in caserma.
In caserma lo chiamarono di brutto quando, per intuizione felice di mia madre, carica di sofferenze e di privazioni, che volle aumentare, decise di far proseguire niente meno che la liceo classico di Reggio Calabria, mio fratello Giovanni, il secondo dei figli maschi, che ora è professore presso l’Università di Messina.
Era un atto di insubordinazione civile quello che aveva compiuto mio padre, uno scandalo sociale più che politico: i figli dei carrettieri siano carrettieri.
Chi ricorda le infamie fasciste di quegli anni? Mio padre non ha lasciato memorie. E a che pro? La storia si fa dall’alto dei palazzi, non dall’alto di un carro trainato dai buoi, su cui, per altro, mio padre stava seduto perché, se all’impiedi, gli girava la testa. Dovette girargli, più del solito, la testa a mio padre quando arrivò la libertà. Si era nel 1945. Nella rudimentale piazza Monsignor D’Almazio D’Andrea, la banda musicale intonava “Noi vogliam Dio”. Mio padre avvicinò il capobanda chiedendogli – c’era o non c’era la libertà? – di suonare a fine programma l’“Inno dei lavoratori”. Il povero capobanda cercò di spiegargli l’impossibilità: la festa era religiosa. Mio padre non ne fu convinto e impose: “Subito, l’“Inno dei lavoratori”.
Le note dell’inno di Turati si levarono per aria tra lo stupore della folla che interruppe, stranita, la preghiera. Carabinieri accerchiarono mio padre che fu subito circondato e sottratto all’arresto dai suoi compagni di ideale per il quale – egli diceva – bisognava morire.
Mio padre era anarchico. Anarchico è il pensiero e verso l’anarchia marcia la storia. Peròp, votava regolarmente partito comunista. Non distingueva. Anarchici, comunisti, socialisti erano tutti amici del popolo. Non vedeva differenze. Organizzato in un partito non fu mai. Rimase sempre un uomo libero, sprezzante di ogni compromesso: proprietario di un paio di buoi, quando gliene moriva qualcuno non bussò mai alle porte di una piccola e criminosa banca locale, che prestava, facendo cambiare fede politica. Era un uomo tutto d’un pezzo. Per l’ideale bisognava morire e noi a casa rischiavamo prosaicamente di morire di fame.
Mia madre era più concreta e così, a sua insaputa, dal municipio arrivò qualche pacco dell’Eca e un impermeabile usato, che, debitamente rivoltato, accompagnò i miei anni di ginnasio. E si continuava a cantare “Bandiera rossa”.
Mio padre identificava tutto il potere nemico dello Stato nella polizia e nei carabinieri. Non aveva, poi, almeno a quei tempi, tutti i torti. Non poche volte il governo delle SS (Selba – Saragat) aveva lanciato i mastini del ministro degli Interni contro i lavoratori. Poiché il sangue non è acqua, io, ancora adolescente, mentre il corteo del Primo Maggio sfilava sotto la locale caserma, gridai – era il 1953 – “Abbasso i carabinieri”. I carabinieri, fortunatamente per i dirigenti politici e sindacali, in ben altre faccende affaccendati, non udirono il mio grido sedizioso.
Io sono un animale politico di stampo massimalista. Mia madre mi generò, la politica mi prese subito.

Autore: 
Pasquino Crupi
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