“Mary in Sidernoland”: Sogno di una notte di fine gennaio

Dom, 31/01/2016 - 15:22
Dalla Disney Hollywoodiana alla realtà sidernese, dalle avanguardie cinematografiche all’animazione fiabesca, dal realismo di un film all’irrealtà del quotidiano

Pubblico delle grandi occasioni ieri sera per la prima al cinema nuovo di Siderno dell’attesissimo “Mary in Sidernoland”. Con il suo modo dissacrante di raccontare l’emergente regista J.J. Giò firma, in un mix di animazione e computer grafica, un pastiche, chiaramente ispirato alla fiaba Disney, nel quale la parte onirica del viaggio transita in modo osmotico tra il reale e il fantastico senza una vera soluzione di continuità.
Vediamo di addentrarci un po’ di più nella trama cercando di perderci nelle illusioni partorite dal brillante novarese.
Siamo nelle Highland scozzesi, la protagonista e la sorella un po’ si annoiano un po’ si godono un meritato riposo bucolico quando Mary incredula vede una lumaca gigante dai tratti antropomorfi e vestita di tutto punto sfrecciargli davanti. Cerca di fermarla, curiosa, non ci riesce, la segue…
Difficile starle dietro, finalmente rallenta per infilarsi in un crepaccio nascosto dalle siepi, sparisce quasi inghiottita; il dubbio dura un secondo, poi intrepida Mary si lancia all’inseguimento.
E proprio di un lancio parliamo, nel vuoto.
Mary continua a cadere inghiottita dal nero del terreno, vede la lumaca bianca in lontananza quasi fosse un miraggio, uno scherzo dell’immaginazione che non paga sembra ora trasformare irrazionalmente ciò che la circonda. Il nero diviene blu, la terra cielo, i monti mare. Il suolo si avvicina e magicamente rallenta, plana verso una città, vede colline lievi abbracciarsi al blu intenso del mare in uno Yin Yang cromatico che le mozza il fiato, poi sempre più vicino, tetti, chiese, piazze, strade, negozi; il posto le sembra familiare…
La caduta libera diviene sempre più controllata, quasi fosse attratta dalla scia lasciata dalla lumaca che si infila in un’altra crepa non nel terreno, ma nel tetto di una casa stavolta. Novella esploratrice sembra quasi voler gridare “terra, terra” appena tocca il pavimento; si guarda intorno… strano sembra di essere ancora in Scozia, il verde delle pareti, il mogano dei tavoli, l’ocra dei boccali colmi di birra e quel profumo di legno e lieviti le fa pensare all’Irish Pub nel quale era stata la sera prima. La lumaca intanto sparisce oltre una porta piccola, troppo piccola che le si serra dietro. Vuole seguirla, deve seguirla. Un boccale troneggia sugli altri con una scritta “bevimi” e una piccola chiave appesa al manico, come resistere; beve e uno strano formicolio le percorre tutto il corpo quasi volesse avvisarla che qualcosa sta cambiando in lei, si sta rimpicciolendo e la porta che le sbarrava la strada ora sembra accessibile. Gira con sicurezza la chiave nella toppa, la porta si schiude e nel varcarla il formicolio ricomincia, assurdo sta ricrescendo.
Si guarda intorno, una piazza le si apre davanti agli occhi, il chiacchiericcio allegro delle persone che la percorrono si mischia al frastuono del passo dell’oca di carte napoletane con spade al collo, Hogan ai piedi e ciuffi coordinati in testa; poco distante una chiesa bellissima fa sfoggio di sé.
Si è distratta troppo, spaesata e ammirata cerca la sua guida, è sparita. Le carte intanto imboccano un corso, le segue ma il suo passo si fa sempre più barcollante, deve essere la birra che fa effetto, deve mangiare qualcosa. Un bar in lontananza la chiama, quasi una luce in fondo al tunnel, come resistere alla tentazione, all’esterno due figure strane si fanno sempre più grandi e chiare man mano che si avvicina. Testa piccola e lingua enorme che tocca terra ripetono con ritmo cadenzato: “un caffè signorina, le offriamo un caffè”. Mary rifiuta istintivamente dicendo: “no grazie, non sono una ndranghetista” ... Ndranghetista? Ma lei voleva dire: “no grazie, non sono una scroccona”, assurdo…
Entra nel bar ignorando i due linguacciuti interlocutori e la sua momentanea dislessia, un uomo distinto in fondo al locale declama terzine per allietare gli avventori, alcuni ascoltano, altri leggono un giornale con una scritta rossa sull’apice e un titolone in prima. Al bancone è seduto un signore avvenente intento a fotografare, dalla sua tasca piccoli orsetti di cioccolato ondeggianti le balzano addosso gridando: “mangiami, mangiami”, lei non si fa pregare, poi attratta da una barista dalla chioma rosa, indugia con lo sguardo nel grande specchio dietro il bancone accorgendosi di una nuova mutazione… Maledizione, è diventata bionda! Esce furibonda dal locale accompagnata dagli sghignazzanti orsetti che la seguono irridendola, alza la testa al cielo per gridare tutta la sua irritazione, ma il grido le si strozza in gola… Una mela mordicchiata parlante le chiede “cosa vuoi fare? Dove vuoi andare?”. Mary scioccata risponde: “non lo so” e la mela lenta, molto lenta, e pacata dice: “non ho capito, non ho capito, ma in ogni caso non ha importanza… la fontana è la risposta”.
Improvvisamente la mela scompare e la fontana maestosa è lì davanti, gira come una giostra, poi si ferma. Tre leoni virilmente grandi, ma con degli strani mutandoni viola marca Renzi, ruggendo forte prendono vita. Il ruggito diventa parola, si presentano… “U’ ‘Ntoni per servirla”, “U’ Peppi per riverirla”, “U’ Micu per guidarla”, poi come un coro polifonico tutti insieme: “seguici, ti portiamo dalla regina di denari”.
Le guide ferali sono rapidissime, Mary stenta a seguirle; passo veloce, corsa a perdifiato poi improvvisamente si ritrova in bicicletta a percorre una pista ciclabile apparsa dal nulla e finalmente tiene il passo. La pista scorre e con lei il paesaggio, case e vie nascondono splendidi scorci e incastonano gioielli architettonici poco conosciuti. Destra, sinistra, poi di nuovo destra, arriva in uno stradone adorno di cassonetti policromi che cantano “shock in my town” di Battiato e profumano dei materiali più diversi; in fondo una villa enorme. La circonda un giardino ricolmo di rose bianche, che tante silenziose ragazze dipingono di rosso con topi usati come bombolette da street artist, al centro due troni sui quali si ergono maestosi il re e la regina di denari, entrambi al telefono gridano l’uno i comunicati più vari e l’altra numeri casuali e slogan fantasiosi. I tre leoni finalmente fermano la loro corsa e si riuniscono con il quarto “U’ Gegnu”, che aspetta pazientemente, come fosse in giudizio, le direttive dei regnanti.
Poi tutto diventa ancor più frenetico e distopico se possibile, le voci si moltiplicano, i personaggi in fila indiana disegnano geometrie rettilinee di colori, salgono in verticale verso il cielo e si ricompattano a formare una risma di carte parlanti; una dissolvenza sul bianco ci riporta alle verdi distese montane scozzesi e una soggettiva appannata pian piano focheggia una figura femminile…
È la sorella di Mary che cerca di svegliarla da un lungo pisolino e con un sorriso le dice: “è ora di tornare a casa”.
Che dire, sicuramente il film farà parlare di sé.
La potenza del montaggio che segue, assecondandoli, i voli pindarici della protagonista; il sonoro azzeccatissimo, che ci immerge, fino a farci sprofondare, sempre più nell’illusione; la fotografia che asseconda ed esalta i magnifici scenari del posto, ora naturalistici, ora urbanistico-architettonici insieme alla grandiosa prova attoriale della prima donna e direttiva del regista ne fanno un moderno cult che merita di essere visto e vissuto.

Autore: 
Vincenzo Larosa
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