Voti e locali di ’ndrangheta in Piemonte

Mar, 20/02/2018 - 10:20
Giudiziaria

Continua il “viaggio” nelle inchieste delle procure antimafia del Nord Italia dalle quali si evince che le “locali” di ’ndrangheta presenti si sono interessate ad alcune tornate elettorali del posto dove si sono stabilite. Dopo l’esempio dei voti delle ‘ndrine nella regione Lombardia questa settimana ricordiamo alcuni passaggi dell’informativa dei carabinieri collegata con la maxi operazione antimafia denominata “Minotauro”, ovvero l’operazione scattata nel giugno 2011 che ha fatto luce sulla presenza della ‘ndrangheta in Piemonte.
Anche in questo caso l’assunto di partenza è che nessuno vuole i voti delle ’ndrine. Questo in Calabria come in Lombardia. Nonostante ciò le cosche, quanto meno nelle terre del sud, sembra che possano convogliare un alto indice percentuale sulle preferenze da dare a singoli candidati o liste collegate. Solo per non dimenticare nel profondo Nord ci sono anche cosche di mafie e, per quanto ci potrebbe interessare, di locali di ’ndrangheta che nel “solo” Piemonte sono almeno dieci.
Locali che non stanno certo a guardare e che sono portatori di voti anche in quella regione italica.
All’ex “Bar Italia”, poi e assegnato all’associazione “Libera” di don Luigi Ciotti, uno dei maggiori esponenti delle ’ndrine calabresi, tale G.C. originario di Siderno e morto suicida, avrebbe indetto degli incontri con altri soggetti ritenuti affiliati ‘ndrangheta ed elementi di spicco in Piemonte per procurare dei voti a favore di un candidato alle elezioni europee del 2009.
In particolare, dopo la presentazione ufficiale del candidato agli esponenti della 'ndrangheta della provincia di Torino, il defunto, secondo gli investigatori, “ha iniziato personalmente una trattativa finalizzata al c.d. "voto di scambio", che doveva culminare con la dazione, da parte di chi si occupava materialmente della campagna elettorale di B., di euro 20.000, necessari per mettere in moto un meccanismo che avrebbe dovuto procurargli i voti dei calabresi del Piemonte (e non solo)”.
Dalle intercettazioni tra presenti all'interno del "Bar Italia" di via Veglia e dall’esame delle immagini registrate mediante il servizio di videosorveglianza attivo davanti al medesimo bar, nel mese di maggio del 2009 in pieno periodo elettorale (elezioni del Presidente della Provincia di Torino e del Parlamento Europeo previste per i giorno 6 e 7 giugno successivi), sono stati registrati i seguenti due distinti episodi. Oltre a quello per le europee c’è stato quello relativo all’incontro con una candidata alla presidenza della Provincia di Torino.
In questo caso sorregge la tesi dell’accusa anche un servizio di intercettazione dell’utenza telefonica che nel maggio del 2009 registra una conversazione, di cui si riporta di seguito il sunto: G.C. chiama L. C. e gli chiede se possono votare anche loro che sono residenti a Volvera. Il signor L. risponde affermativamente, dal momento che si tratta delle elezioni provinciali. G. dice che vorrebbe sentire “Claudia” e chiede a L. di fissare un nuovo incontro con lei. L. risponde che la donna ha l’agenda piena di impegni e che in quel momento è impegnata con Bossi a Torino. G. risponde che è interesse della donna e non suo partecipare ad un nuovo incontro ed aggiunge che lui oggi avrebbe potuto far venire più di quaranta persone. L. cerca di spiegare a G. che gli impegni della donna sono molteplici e che a causa di essi avevano trascorso la mattinata a Nichelino. G. lo interrompe dicendogli che la tappa di Nichelino era stata inutile, in quanto “a Nichelino conosce tutti Franco”.
Per la Cassazione il processo Minotauro ha davvero acclarato la presenza e l’operatività di “locali di ’ndrangheta” in Piemonte, con tutti gli annessi e connessi che possono essere sottesi ad un sistema in cui la criminalità organizzata può quantomeno influenzare il voto. Nel Sud come nel Nord dell’Italia.

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