Vinitaly, le note inesplorate dei vini calabresi

Dom, 22/04/2018 - 18:40

Si apre il sipario. Più smarrita che avveduta accedo così al Vinitaly. Resto ferma, ancorata, a guardare, a respirare, a cercare di andare al di là dell'immagine e dell'odore. Fauna umana che fluisce tra i padiglioni veronesi, frastornata dal mare nostrum del vino. Un gigantesco magma nel quale si dissipa l'identità. Ci si accinge con foga alla novità, all’assaggio più estremo, alla rarità, alla degustazione scattante e sudata del vino premiato. Mi dirigo verso il padiglione 6, tra gli espositori dell'Alto Adige e del Friuli Venezia Giulia. Inauguro la mia degustazione e quello che era rigido e bloccato diventa il mio adorato sorriso spontaneo. Presto ascolto lasciandomi trasportare dal primo produttore. Lingue differenti ma stesse passioni, assaggi nuovi ed entusiasmanti. Solo la vista dei vini nel calice fa sudare la lingua e vagabondare il pensiero verso aperitivi in spiaggia o pranzi su terrazze con vista panoramica sulle montagne. Avvicinando il calice al naso le suggestioni visive si convertono in certezze olfattive. La bocca agogna per sentire il nettare scivolare nel cavo orale. La mia iniziale curiosità si è trasformata in una pulsione incontenibile. Accosto il calice alle labbra e la magia ha inizio. Roteando come una trottola da un padiglione all’altro tra personaggi illustri del mondo dell'enologia e passerelle politiche, placando la sete, parlando, ascoltando e fotografando è prassi farsi una scaletta di visite e non rispettarla. Si è però ancora ingannati dal richiamo deludente della sirena delle denominazioni più blasonate. Espositori a forma di castello, a forma di enoteca, architetture di design. Bancarelle che appaiono bugigattoli e altri che sembrano navicelle spaziali. Stand impenetrabili, nobili altari dove sembra compiersi una cerimonia soprannaturale. In mezzo al caos markettaro, ciascuno sotto l'arco della sua porta, con pomposa magnificienza temperata da bonomia popolare, come dei santi nelle loro nicchie, ecco i produttori calabresi. Girando tra i loro banchi è facile assaggiare qualcosa, la dimensione della logistica è più umana e ammirevole è l’entusiasmo con cui ti parlano delle loro tenute. L'identità inizialmente persa la ritrovo in quest’oasi di tranquillità. Fa un po’ tristezza il vuoto rispetto alle variopinte bolge di ombre erranti degli altri padiglioni, ma i tratti del viso concentrati dei visitatori mi fanno credere che qualche buon affare si faccia anche qui. La vitivinicoltura meridionale, quella calabrese in particolare, viene sempre ispezionata con titubanza e spesso accusata di essere di qualità mediocre. Insensati pregiudizi che affondano le loro radici in un passato, non troppo lontano, in cui le regioni del Sud producevano uve in quantità industriale per fornire mosto da taglio per irrobustire i meno strutturati vini del Nord e non esistevano molte realtà produttive che mirassero alla peculiarità e alla rivalutazione dei vigneti autoctoni e del terroir. Fortunatamente non è più così. Di lungimiranti vignerons, cantinieri, enologi e produttori la Calabria ne è piena ma i preconcetti con i quali devono duellare giornalmente persistono. Il consumatore finale in enoteca o sugli scaffali dei supermercati punta sempre ed esclusivamente verso i rossi toscani, piemontesi e i bianchi del nordest con la convinzione di aver acquistato vini migliori di un qualunque Cirò. Non è un concorso di vino e non mi va di affermare con presunzione che il Greco di Bianco sia più o meno accattivante di un Sauternes o di un Barsac, che il Moscato di Saracena faccia offuscare qualunque Passito di Pantelleria. Ma è qui, nel padiglione della mia Terra, che ho bevuto i vini che non sputerei mai. Piuttosto inviterei la gente ad avvicinarsi senza diffidenza, apprezzandone la loro genuinità e le emozioni che regalano. Qui il ricordo degli assaggi non è una ristretta tastiera di sette note, ma una tastiera incalcolabile, ancora quasi del tutto sconosciuta.

Autore: 
Sonia Cogliandro
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