Vincitori e vinti all’ombra del Sud… e dell’Europa

Lun, 03/06/2019 - 12:20
Calabrese per caso

In vincitori e vinti (titolo originale Judgment at Nuremberg) un imperturbabile Spencer Tracy nei panni di Dan Haywood, giudice di una corte suprema incaricato di processare suoi pari magistrati del regime sconfitto, nel cercare di comprendere come e in che termini fosse stato possibile che accadessero i fatti incriminati ricordò con una frase impietosa qual era il senso di una nazione […] Una nazione non è un territorio, né solamente un agglomerato di persone. È nei principi che sostiene, quando sostenere un principio è la cosa più difficile. .  […]. Sembrerà una frase scontata ma, in realtà, e con buona pace e riposo delle menti più sofisticate, essa ha un che di disarmante. Siamo tutti ormai certi, e senza dubbio alcuno, che queste ultime consultazioni elettorali abbiano di fatto segnato nettamente il confine tra vincitori e vinti seppur, nel conto delle percentuali, o nell’esercizio sempre più carnevalesco di nascondere le ferite, vi è ancora chi ritiene di aver vinto solo per debito di segreteria o perché ha superato un avversario che dell’estemporaneità ne ha fatto un mantra. Ma non solo. Siamo anche tutti convinti che vincitori e vinti siano di fatto le due anime protagoniste del confronto e del risultato. Ebbene, sganciandosi da un coinvolgimento che distrae l’attenzione sul cuore fermandolo alla pancia, dovremmo fare un esercizio di autocritica non indifferente. Iniziamo con l’osservare come e quanto il Sud si sia spostato verso la sua nemesi. Per carità, nessuno era contrario a una visione più autonomista e magari federalista del Paese al di fuori del Sud, ma ricordo che ad opporvisi furono proprio le anime più legate ad un centralismo assistenzialista a cui rifarsi, secondo il solito rito della sfortunata storia di cui ci fregiamo ogni volta che ciò poteva essere utile. Eppure oggi, per rigurgito di dignità o per sentirsi pari, riconduciamo il nostro futuro ad una nemesi che ha in sé  il carattere di una nuova devozione verso chi ha, o  potrebbe avere, ancora il potere o verso le grida populistiche sperando che nell’alzare il prezzo della nostra apatia si possa ancora chiedere, e  ricevere, qualcosa. C’è poi chi si accanisce a dare giustificazioni al voto ricorrendo alla paura di derive autoritarie senza rendersi conto che ad aver affondato se stessi han provveduto da soli, con scelte altrettanto autoreferenziali e che hanno, alla fine, escluso chi dell’assistenzialismo ne aveva fatto una regola del dovuto. La verità è che, da tutte le parti, non vi è stato alcun confronto sui principi, su ciò che ci accomuna e che può e deve essere condiviso. Magari rinunciando al protagonismo asettico di una società che chiede o che non si prostra, ma che reagisce e conquista dignità e valori propri senza ancorarsi a meri calcoli di opportunismo politico, se non personale. La campagna elettorale in Calabria, come nel resto del Sud e in Italia, non ha avuto nulla di europeo. Nessun progetto, programma, se non happening di circostanza pseudosovranisti per fare sponda indirettamente ad un movimento lontano anni luce come quello lepeniano, o ridottasi a proclamare falsi miti europeisti utilizzati in chiave ipotetica da una sinistra per la quale l’Europa e il Sud rappresentano un mito da cui attingere credibilità e, soprattutto, buone collocazioni personali.  In questo il Paese, e a ruota il Sud, ha archiviato un’occasione per dimostrarsi maturo e capace di fare la differenza senza urli o lotte all’ultimo avviso di garanzia, ma con sincera onestà intellettuale. Un’occasione persa da tutti, da chi si ritiene vincitore e da chi è stato obiettivamente sconfitto, perché nessuno ha anteposto ad ogni ambizione personale la sintesi di un’idea, di un percorso per accomunare i destini di una nazione e di un’idea in una sintesi necessaria. L’Europa che verrà diventa così il regno dell’incertezza. Un regno  affidato nelle mani di chi di Europa conosce solo il termine o ne ha una conoscenza geografica da atlante scolastico, ma solo per segnare un luogo senza valori comuni, nonostante i trattati e i fiumi di parole e di principi dietro i quali ci siamo illusi di far parte di una casa per tutti. La stessa casa comune italiana che abbiamo rifiutato dimenticandola se non sacrificandola in nome di un internazionalismo di circostanza svenduto ad un neosovranismo - che farà dell’isolamento il prodotto della sua miopia- quanto sacrificata in nome  di un’ipocrisia globalista e populista che tenta di anemizzare qualunque diversità. Quella diversità che, per trattato, rappresenta ancora la cifra distintiva di comunità che nella loro eterogeneità avevano dichiarato solennemente di voler condividere propri valori e propri sentimenti quali ricchezza di una storia di scontri e sconfitte che credevamo superata. Ecco allora, che l’Europa come il Sud oggi rappresentano per il resto del mondo, prossimo o lontano, un’astrazione non solo geografica, ma anche ideale, incapaci entrambi di sostenere principi e, soprattutto, di guardare lontano.

Autore: 
Giuseppe Romeo
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