Una signora cifra

Dom, 16/07/2017 - 18:00
La recente “rivoluzione nel divorzio” che sta occupando intere pagine dei giornali nazionali in questi giorni viene letta dallo sciovinismo all’italiana come la “fine della pacchia” per le tante donne italiane che, dopo aver dedicato la vita all’amore per il coniuge, a volte al prezzo di enormi sacrifici, si ritrovano a dover ricominciare da zero. Ecco, signori, l’ennesima dimostrazione di quanto la società italiana sia viziata da un pensiero patriarcale invalicabile.

Forse solo qualche cinefilo accanito avrà riconosciuto nel titolo una citazione del logorroico cugino Anselmo interpretato da Verdone in “Un sacco bello”.
“Una signora cifra” è una frase riferita al conteggio fatto con taccuino e calcolatrice anni ’80 sul risparmio ottenuto da Anselmo grazie al matrimonio.
“Stefania non è per me solo un cardine, un orizzonte, ma un investimento economico”, dice Anselmo, e fa la somma delle spese prima del matrimonio (cinema, pizza, birra, occasionalmente qualche puttana, lavanderia, rosticceria e donna delle pulizie), per un totale di centodiecimila lire e spiccioli. Ma dopo il sacro vincolo del matrimonio che, ci ricorda la Corte di Cassazione, è unicamente “unione di affetti”, Anselmo sottrae le spese non più necessarie (la donna delle pulizie, la puttana, lavanderia e rosticceria). In più apprendiamo che Stefania ha imparato a tagliargli i capelli, a fare le iniezioni e fa l’amore come poche, inoltre lo stipendio di Anselmo è aumentato grazie agli assegni familiari per i bambini. Anselmo, ancora taccuino e calcolatrice alla mano, totalizza un risparmio di “quarantasettemila lire secche. Che è una signora cifra, una signora cifra!”.
Il lavoro svolto per la famiglia è “un valore sociale e anche economico”, come ha riconosciuto la Corte Costituzionale con la sentenza n. 28 del 1995.
Il marito, in costanza di matrimonio, beneficia di questo valore. Non si comprende perché allora tutto il rumore dei media sull’assegno familiare che sarebbe “scomparso”.
Dati alla mano, in Italia, solo il 20 per cento circa dei divorzi si conclude con un assegno di mantenimento, che non è destinato alla ex moglie, ma ai figli, se minori. Sono numerosissimi i casi in cui i cosiddetti “alimenti” non vengono garantiti neanche a donne disoccupate (magari sono disoccupate perché hanno perso l’impiego per una gravidanza?).
Perché allora i media hanno riportato la notizia (che non è una notizia), di una “rivoluzione nel divorzio”? È solo l’ignoranza dei fatti che genera la diffusione di notizie false, montate come fossero scoop? Non credo: alla base c’è una fortissima pressione da parte della struttura patriarcale della società affinché tale si mantenga.
Questo determina colate laviche di odio verso le donne, accusate di aver “goduto la pacchia”, proprio come Stefania, che ha imparato a tagliare i capelli e fare le iniezioni. “La pacchia è finita” recitano i commenti più delicati.
Il sistema patriarcale italiano è ben vivo, dagli stipendi ridotti, ai licenziamenti in gravidanza, al più subdolo meccanismo che rende difficile a una donna entrare in territori prettamente maschili. Per non parlare di mistificazioni legali come la PAS, che si configurano chiaramente come strumenti per il dibattito legale in favore dei padri.
Padri e mariti che hanno beneficiato in costanza di matrimonio di “signore cifre” e altri beni immateriali, e che pur tuttavia non riconoscono alle loro mogli il lavoro svolto. Il che non sarebbe un problema sul piano finanziario, ma lo è su quello etico, morale e sociale. 

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