Seminara, il segreto delle Madonne nere

Ven, 17/01/2014 - 17:44

E' chiamata “Maria Santissima dei poveri” la  statua in legno di cedro poggiante  su un trono in oro e argento  laminato e che richiama senz'altro l'arte arabo-bizantina. In braccio, la statua raffigurante Gesù Bambino con il saio legato da un cingolo, in una mano un globo sormontato da una piccola croce, nell'altra un rametto. Sembra che il simulacro, in origine appartenuto al vescovo Basilio di Cesarea, sia stato poi portato in Occidente da alcuni monaci in fuga dalle persecuzioni iconoclaste di Leone III, L'Isaurico. Distrutta la città di Taureana (dove esso aveva trovato alloggio) a seguito di un'incursione saracena, fu abbandonato dai fuggiaschi lungo la strada nei pressi di Seminara. Rinvenuto in seguito nella campagna circostante sotto un mucchio di sassi, alcuni nobili cercarono di trasportarlo, ma inutilmente. Riuscì invece nell'intento della povera gente alla quale il simulacro risultò decisamente leggero (da qui l'appellativo di “Madonna dei poveri”). Nel corso del '700 il gruppo ligneo ricevette in dono l'attuale trono in argento laminato da parte di una ricca famiglia spagnola per poi (scampato a ben due terremoti) trovare posto nel santuario di Seminara (1975), che da lui prese il nome. Lo strano particolare: gli incarnati della Vergine e del figlio sono bruni! Ed è così che anche la Madonna dei poveri si colloca all'interno dello strano mistero aleggiante attorno a diverse altre statue dal nero colorito diffuse non solo in Calabria (la Madonna Nera dei Carbonari a Longobucco, la Madonna della Sacra Lettera a Palmi, la Maria Santissima di Patmos a Rosarno, la Madonna Nera di Capocolonna di Crotone) ma anche in altre diverse parti d'Italia e del mondo. In alcuni casi il particolare colorito è dovuto a motivazioni di carattere naturale come: il colore bianco originario del volto è stato annerito dal fumo (delle candele o di un incendio); o è solo conseguenza dell'alterazione dei pigmenti a base di piombo della pittura; o è dovuto a fenomeni di ossidazione del metallo che lo rivestiva. Si ritiene, ancora, che esso sia dovuto a un adattamento ai caratteri somatici di popolazioni non europee o che derivi da una precisa scelta stilistica e teologica che preferisce oscurare la fisicità a vantaggio di una rappresentazione più spirituale del divino. Nel caso della Madonna di Seminara molti studiosi sostengono che il suo colore bruno sia dovuto a un'alterazione dei pigmenti a base di ossidi di ferro seguita all'esposizione al fuoco  dell'incendio della città di Taureana. è indiscutibile, comunque, che nella maggior parte dei casi il culto della “Madonna nera” sia da collegarsi a qualcosa di molto antico quanto misterioso. Farebbe esso, infatti, riferimento al culto pagano della “Grande Madre” venerata in tempi remoti in diverse parti del globo e sotto i nomi più diversi quali Gea, Iside, Demetra, Artemide, Diana, Epona. Era essa appunto la dea Myrionyme (la dea dai mille nomi )  e non si può non evidenziare quanto  la stessa parola Myrionyme ricordi da vicino Myrion , il nome di "Maria". Gea, la dea della terra, si presentava sotto un duplice aspetto: uno luminoso legato alla fertilità e all'abbondanza, l'altro oscuro, facente riferimento all'infertilità e alla carestia. Egualmente duplici il volto di Iside e di Demetra e delle altre divinità tutte legate al ciclo eterno e continuo della vita. Iside, in particolare, veniva rappresentata col figlioletto Horus tra la braccia (come le nostre Madonne), il volto oscurato anche per la perdita del suo Osiride e lo stesso valeva per Demetra, sofferente per la ciclica perdita della figlia Persefone divisa tra il mondo dell'Ade e quello della superficie.  Una religione primigenia, dunque, di carattere matriarcale che solo in tempi più recenti sarebbe stata sostituita da quella di carattere patriarcale ma che ancora vive nel cattolicesimo all'interno del suo particolare sincretismo con culti e leggende derivate dal mondo pagano.

Autore: 
Daniela Ferraro
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