Se non pubblichi non ti finanzio

Lun, 21/07/2008 - 00:00

Ricerca e stipendio. Inversamente proporzionali. Con l’aumentare di uno, l’altro diminuisce. In particolare in Italia, nel settore universitario. La ricerca si sa, è un campo difficile. Bisogna fare la gavetta. Perché il percorso è lungo. Bisogna affrontare il dottorato di ricerca e poi, se tutto va bene, il salto nel mondo della sperimentazione può iniziare. Ma a che prezzo? Gli orari sono estenuanti. E gli stipendi bassi. Ma questo non può bastare. In particolare se il Ministero dell’Università e della Ricerca decide di tagliare i fondi. Gli atenei allora hanno una sola possibilità: l’autofinanziamento. Eppure fare ricerca soddisfa. Anche tanto. Chiedetelo al professore Francesco Buccafurri (docente ordinario alla facoltà di Ingegneria di Reggio Calabria) che è apparso sulla rivista Panorama. Il motivo? Ha “semplicemente” scoperto il bug della firma digitale. Scusate se è poco. D’altronde alla Mediterranea la ricerca funziona, anche molto bene. Lo dimostra il rapporto redatto dal Comitato nazionale per la valutazione del sistema universitario (Cnvsu) pubblicato da Il sole24ore sulla situazione delle Università italiane. Reggio Calabria è al primo posto. Perché effettua numerosi studi e progetti. Nel bando Prin (Progetti di Ricercadi interesse nazionale) relativo al 2006 l’ateneo reggino ha dato vita a 46 progetti, di cui 36 sono stati valutati positivamente. Tuttavia solo 6 programmi sono stati finanziati. Da chi? Dal Ministero dell’università e della Ricerca e dall’ateneo. Gli altri hanno ottenuto fondi da diversi enti. Nazionali e non. Ecco le cifre del Prin: 74 milioni dall’ateneo e 139 milioni dal Miur. Per non parlare dei finanziamenti provenienti da enti nazionali e internazionali. L’Unione Europea ha infatti elargito ben 223 milioni, le istituzioni locali hanno sborsato mezzo milione di euro, mentre le istituzioni private hanno gentilmente donato 331 milioni di euro. A dimostrazione che l’attività di ricerca della Mediterranea è la migliore. È prima addirittura davanti il Politecnico di Torino. Tuttavia nella classifica assoluta si assesta solo all’87° posto. Ma non importa. Perché la Mediterranea è l’università italiana che effettua più ricerche. Ha infatti totalizzato ben 48,4 punti percentuali. L’ unica nota dolente è lo stipendio. Perché secondo il rapporto i fondi elargiti per ogni professore sarebbero di soli 14 euro. Purtroppo l’ateneo possiede poca disponibilità economica interna (circa 8 milioni di euro elargiti dagli studenti, 8 milioni di euro provenienti da attività convenzionate e da enti pubblici) e una limitata capacità di attrazione di finanziamenti esterni. La crisi c’è e si fa sentire. In Calabria non esistono grandi aziende che possano investire nella ricerca universitaria. Questo pesa. Come l’atteggiamento del Governo nei confronti dell’Università. Basti solo pensare che in collaborazione con l’Aquis (Associazione per la qualità delle università) le autorità italiane abbiano cercato di ripartire i fondi della ricerca tra gli atenei più virtuosi. La condanna a morte della Mediterranea sembra scritta. È vero che produce ottimi risultati nel campo della ricerca, ma è anche vero che la posizione nella classifica assoluta non è incoraggiante. Rischierebbe quindi di non ottenere alcun finanziamento. D’altronde il rischio di scienziati inoperosi, assenteisti e demotivati è sempre dietro l’angolo. Come afferma l’inchiesta de “L’espresso” del 26 dicembre 2007. Per Gianni Cesareni, docente di Genetica molecolare all’Università Tor Vergata di Roma, i ricercatori reggini costerebbero meno di 100mila euro all’anno. Sono infruttuosi, proprio come i progetti presentati. Lo scienziato ha infatti messo a punto un programma in grado di “valutare” la produttività delle università italiane. Come? Mettendo a confronto il numero di articoli pubblicati e la visibilità a livello internazionale con i fondi a disposizione. La Mediterranea si attesterebbe all’ultimo posto con 3,6 punti percentuali. Strano, specialmente se si considera il numero di progetti e lavori presentati. Tanto in Italia, quanto all’estero.A questo punto, come direbbe Lubrano, la domanda sorge spontanea: il programma di Cesareni funziona bene!?

Autore: 
Enrica Tancioni
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