Quel modo di fare turismo nella Locride che la Lombardia si sogna

Dom, 22/04/2018 - 18:20

Negli ultimi 18 anni Ilaria Campisi ha dedicato anima e corpo all’azienda agricola di famiglia, 30 ettari di colture recuperate e valorizzate con l’intenzione non tanto di fare fatturato, quanto di lanciare l’idea di un’agricoltura che fosse punto d’incontro tra natura e cultura, cicli biologici spontanei e l’intervento migliorativo e rispettoso dell’uomo, cercando di recuperare genuinità e semplicità.
L’abbiamo intervistata per capire meglio quale filosofia si celi dietro il lancio di questa buona pratica, che ci prendiamo il lusso di definire “agricoltura esperienziale”, e per parlare di un ciclo di iniziative legate all’azienda Campisi che potrebbe cambiare il volto del turismo in Calabria.
La tua passione per l’agricoltura nasce in famiglia…
Sì, da circa un secolo la mia famiglia si occupa di agricoltura. Mio padre era agricoltore in un periodo in cui la politica agricola italiana stava mutando, tanto che io lo ricordo come agricoltore “deluso”. Dopo gli anni ’80, infatti, era diventato difficilissimo mantenere un reddito attraverso l’agricoltura, tutto era cambiato.
…ma tu sei riuscita a ripartire da queste difficoltà.
Diciamo di sì. Tornata dall’università ho deciso di prendermi cura dei nostri campi, 30 ettari nel centro di Focà di Caulonia messi davvero molto male. Ho subito iniziato a recuperare gli agrumeti e a fare olio.
E quando hai iniziato a lavorare esclusivamente all’azienda?
Nel 2001. Poi mi sono ritrovata a essere prima responsabile dell’Associazione Nazionale Giovani Agricoltori della Locride quindi presidente della stessa associazione di Reggio Calabria e più giovane presidente provinciale calabrese di Confagricoltura, perdendo il titolo di più giovane Presidente d’Italia a causa della nomina del presidente di Roma, che mi ha battuto per un anno appena (ride). Sempre in seno a Confagricoltura ho ricoperto il ruolo di Vice-presidente nazionale dell’Ente Nazionale per la Ricerca e la Formazione in Agricoltura e dell’Ente NazionaleAssistenza Patrocinio Agricoltori. Questa esperienza sindacale mi ha tolto del tempo alla terra, anche perché l’ho svolta con vero e proprio spirito di servizio. Nonostante questo, tuttavia, non vedevo l’ora di tornare nei campi, anche perché ritenevo di aver dato un contributo alla mia categoria e volevo lasciare il passo a persone nuove nell’ambito politico.
Che cosa coltivi, nei tuoi campi?
Principalmente agrumi e, nello specifico, navel e clementini, che poco hanno a che fare con il nostro territorio ma che sono i più richiesti per l’assenza di semi all’interno della polpa, e il biondo di Caulonia, un frutto dimenticato che ho voluto recuperare con grande determinazione, al quale ho dedicato 1,5 ettari. Si tratta di una varietà di arancio unica nel suo genere, che è possibile ritrovare esclusivamente nella nostra zona e che è stata profondamente messa in crisi dalla grande distribuzione. Quando il mercato ha cominciato a richiedere varietà di agrumi prive di semi, infatti, non si parlava ancora di radici e di identità territoriale e gli stessi contributi europei venivano concessi solo se si impiantavano specifiche colture. Produco anche grano, che trasformo in semola, olio, legumi, noci, mandorle, carrube e dall’anno scorso anche ortaggi.
Proprio gli ortaggi, lo scorso anno, ti hanno permesso di avviare un’iniziativa unica nel suo genere. Com’è nata “Orti in Giardino”?
Ho conosciuto Stefano Caccavari e il suo “Orto di Famiglia”, che dà la possibilità ai catanzaresi di affittare un orto e andare solo a raccogliere i prodotti bio già coltivati e con il tempo ho cominciato a maturare l’idea che l’orto potesse allargare le prospettive della mia impresa, trasformandola innanzitutto in un punto di incontro tra le persone. Con questa prospettiva, l’anno scorso, abbiamo iniziato l’esperienza degli “Orti in Giardino” affittando dodici appezzamenti a varie persone, tra cui turisti, che hanno avuto l’opportunità non solo di raccogliere i prodotti della terra, ma anche di rilassarsi e trovare un punto di incontro con gli altri. L’insperato successo dello scorso anno spinge adesso l’iniziativa a un livello successivo: abbiamo già stilato un programma dettagliato che dovrebbe iniziare il prossimo 21 giugno, giorno in cui ho intenzione di inaugurare sia la parte colturale che quella culturale, perché nei nostri orti non ci si limita a produrre ortaggi, ma si possono svolgere attività di ogni tipo. Stiamo già varando una serie di incontri incentrati sull’archeologia, la musica, l’arte del nostro comprensorio, in modo da promuovere non solo il mangiare bio, ma anche il piacere di stare nella natura. L’aspetto migliore del progetto, comunque, rimane a mio parere il fatto che il nostro è un semplice contenitore nel quale può nascere un fermento e dal quale possono partire nuove iniziative o idee.
Possiamo parlare dunque di futuro florido dell’agricoltura, sulla base di questo genere di esperienze?
Se non mette basi sulle radici il futuro non conduce da nessuna parte e in un mondo globalizzato come il nostro le cose possono divenire ancora più complicate. Al mondo, ad esempio, la fanno da padroni pochi enologi che, soprattutto nel mercato americano, pretendono di far produrre il vino come se fosse Coca-Cola. Sono poche le aziende italiane o francesi che si sono rifiutate di aderire a questa impostazione rischiando di finire fuori dal mercato. Processo simile è stato quello cui accennavo precedentemente con gli agrumi: scoperto il successo delle navel se ne sono piantate dappertutto, facendoci portare in casa la concorrenza di un’arancia spagnola che frutta da settembre a giugno ma non ha certo l’esclusività degli agrumi autoctoni. Oggi, per fortuna, c’è una spinta verso il ritorno della biodiversità: non ci basta più conservare i semi in Norvegia per evitare che le colture vadano perse nel malaugurato caso in cui si verifichi un radicale sconvolgimento climatico, ma la volontà di coltivare e diffondere, ad esempio, un peculiare tipo di grano della nostra zona proprio perché ha caratteristiche diverse da quello Russo o Canadese che, oltretutto, soggetto alla neve, finisce spesso con lo sviluppare muffe che con il grano dovrebbero avere poco a che fare.
Finalmente anche la Regione Calabria pare aver capito che il nostro sviluppo può passare da agricoltura, cultura e turismo. Pensando agli incentivi concessi, qual è la ricetta migliore per ristrutturare il tuo settore nella Locride?
È tanto semplice quanto utopistica: tornare sui nostri passi in maniera intelligente. Dobbiamo imparare a coniugare la sapienza dei nostri nonni con le nozioni di cui siamo padroni oggi e fare tesoro delle cose buone del passato applicandole all’oggi. All’inizio degli anni 2000 la Locride ha scoperto il turismo balneare e il potere economico dei lidi cercando di imitare il modello di sviluppo di Rimini, cosa evidente ancora oggi nell’esplosione di eventi e offerte disponibili esclusivamente del periodo estivo. Ma noi non siamo Rimini. Se solo avessimo capito che avevamo altro, come l’Aspromonte, il silenzio, l’identità dei luoghi, e che potevamo fare turismo esperienziale, avremmo potuto essere dei veri e propri pionieri e plasmare la nostra storia recente in modo assai differente. Adesso che abbiamo capito che la strada intrapresa in passato non funziona, il futuro si deve basare sulla nostra identità, sulle cose che abbiamo solo noi, sulla capacità di enfatizzarle e metterle in rete. Dobbiamo esaltare le caratteristiche del nostro territorio rendendo turismo, cultura e storia un tutt’uno, perché quando incontriamo una persona la cosa che ci colpisce è la sua interiorità e la Locride ne ha una fortissima, ma deve essere veicolata mettendo tutto in rete, comprendendo che agricoltura e cultura hanno dei forti punti di contatto.
In agricoltura abbiamo prodotti che potrebbero diventare più forti di altri?
Partiamo dal presupposto che la politica di vendita è sbagliata da sempre: in passato abbiamo svenduto i nostri prodotti a cominciare dagli agrumi che, praticamente regalati ai siciliani, venivano rivenduti come isolani contribuendo al successo della loro economia agricola. Un gruppo di 40 aziende siciliane da sempre molto attento a salvaguardare la propria identità ha captato e fatto suo l’ovale calabrese, un’arancia parente povera del biondo di Caulonia e, impiantati diversi ettari nel 2004, ha oggi avuto la possibilità di avere una linea dedicata alla Conad smerciando un prodotto antico da noi dismesso con davvero poca lungimiranza. Questa operazione è stato possibile anche perché le prospettive, oggi, stanno mutando, il prodotto di nicchia viene ricercato e apprezzato sempre più spesso. Il tempo della Coca Cola è finito e il recente successo del bergamotto o dell’oliva geracese si incasellano proprio in questa corrente. Anche il biondo di Caulonia sta avendo un successo insperato e non è detto che io non debba aumentarne la produzione, considerato che la domanda continua a crescere.
Vorrei farti esporre un’ultima considerazione ricollegandomi al discorso dell’interrelazione tra i diversi ambiti di punta del nostro territorio cui facevi riferimento poco fa: questo concetto come può essere veicolato ai nostri amministratori per fare in modo che sbocci in maniera efficace?
Sono fermamente convinta che il vero sviluppo venga dal basso. Nel momento in cui il basso si muove e dunque siamo in grado di crescere e responsabilizzarci facendo rete e superando l’individualismo, possiamo presentare questo moto di cambiamento agli amministratori, che dovranno limitarsi ad ascoltare i nostri contenuti e a mettere a disposizione le risorse necessarie a renderli realtà. Si tratta di un piccolo miracolo, perché la Locride è un territorio che gli stessi Locridei non conoscono bene e nel quale non credono, ma sono convinta che non sia irrealizzabile. Abbiamo infatti così tante persone creative da superare di molte lunghezze la maggior parte delle provincie lombarde, nelle quali si è molto più produttivi, è vero, ma si vive un piattume di idee e di volontà di cambiamento a dir poco imbarazzante. Noi abbiamo invece un fermento che, se ben intercettato, può dare il via alla possibilità di fare rete in maniera efficace. Il nostro problema, piuttosto, è che le persone rimaste sono poche in virtù di una scrematura al contrario: se ne sono andati in tantissimi ma, per fortuna, tra chi è rimasto, c’è tanta voglia di fare e ci si impegna sempre attivamente per stimolare chi invece assume un atteggiamento rinunciatario.

Autore: 
Jacopo Giuca
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