Pero di maggio o “maiaticu”

Mar, 26/06/2018 - 09:00
I frutti dimenticati

Tale varietà di pero occupava il pensiero dei bambini e dei ragazzi a partire ai primi di giugno, quando già i suoi frutti passavano da un verde intenso che denotava che essi ancora erano acerbi, al giallino tenue che significava che essi erano maturi.
Le pere “maiatiche”, che in effetti maturavano ai primissimi giorni di giugno, rappresentavano uno dei simboli della fine della mancanza di frutti che aveva caratterizzato tutto il periodo invernale, tranne le arance, i mandarini (ancora non erano presenti nei nostri territori le clementine, forse perché non erano state ancora selezionate) e le mele invernali raccolte al tempo della vendemmia e prima di esse avevano fatto la loro fugace e rara apparizione, le nespole.
Pertanto si era vicini alla “bella stagione”, generosa con i poveri e con i bambini, con il tripudio di frutta a portata di tutti e anche dei poveri appunto.
Il periodo di riferimento durissimo è il secondo dopoguerra (fine anni quaranta e metà anni cinquanta del 900) che segnò la fine della civiltà contadina, che si era mantenuta intatta, anno dopo anno, stagione dopo stagione, per millenni e nei miei ricordi sono scanditi intatti i periodi di carenza o di abbondanza di frutta.
I bambini o ragazzini però, già maestri di vita e di sopravvivenza, riuscivano a percorrere il periodo difficile del pieno inverno, riuscendo a individuare le erbe di cui fare uso, quando aggiungevano al loro magrissimo vitto giornaliero, fatto di pane (scarso) e olive o di cacio o lardo, quando si recavano a pascolare, già in tenerissima età, qualche capra assieme ad altri coetanei del paese.
Ogni famiglia non ricca allevava, nei paesi collinari, una capra per il latte che serviva a produrre una piccola scorta di formaggio per tutto l’anno, utilizzando un’efficientissima turnazione del fare il formaggio e la ricotta. Si cominciava con una signora nei pressi della cui casa la sera del suo turno, arrivavano tutte le vicine del rione portando la propria capra che veniva munta sotto gli occhi vigili della donna a cui era toccato il turno appunto; si poteva sospettare che il latte munto altrove potesse contenere un po' di acqua. Si raggiungeva la quota sufficiente per quella serata, ma i prestiti venivano rigorosamente annotati su pezzi di carta reperiti avventurosamente, su cui si scriveva: dare ed avere. Le misure erano costituite da una “cannata” (misura in uso al tempo dei Borbone corrispondente a cinque quarti di un litro) e da una più piccola, chiamata “menzanella” (mezza cannata).
La sera successiva il turno passava ad un’altra con il solito rituale, mentre i bambini o ragazzini addetti al pascolo delle proprie capre, con serietà e responsabilità seguivano lo svolgersi del rituale, assieme alle proprie mamme.
Intanto al mattino per tempo essi erano già nei campi, che esploravano per cercare le erbe utili con cui integrare il magro vitto quotidiano e già ai primi di dicembre, nei campi lasciati seminati a sulla (erba adatta alla fienagione), si potevano reperire gli steli dolci della stessa o “cannoli”, poi a partire da gennaio nei campi di grano erano presenti i “ filati “ o “barba di becco”, mentre a febbraio nei terreni grassi si reperiva il cardo asinino, il cardo triste (crocassi), il cardo santo (sculimbriu).
Già ai primi di marzo, specie nei seminati, veniva reperito il sedano selvatico (acciara) e poi alla fine dello stesso mese, gli steli invitanti del cardo corimboso (saietta) e nei campi coltivati l’aromatico aneto, di cui le mamme utilizzavano gli steli teneri, assieme a quelli del finocchio selvatico per aggiungerli ai legumi cucinati nelle pignatte di cotto.
Aprile, che dava come dono anche le nespole, offriva nei teneri prati i minuscoli baccelli del loto cornicolato (cannavuci) e verso la metà dello stesso mese nei campi marnosi erano a portata di mano i carciofini selvatici, difficili da sbucciare, ma non per i “monelli” che avevano sempre a portata di mano, legati a catenine, avvinte ai passanti dei pantaloni, sempre rattoppati, i loro coloratissimi coltellini.
A maggio le erbe spontanee erano ingiallite, mentre ancora le nespole, scaglionate in alcuni mesi, davano conforto ai ragazzini e solo giugno cominciava a elargire i suoi doni a pieni mani, con svariati tipi di frutta (pere, susine, albicocche, pesche e nettarine precoci, mele di giugno o “puma i grasta”,“i fichifiori” o “gotti”, le more di gelso) e tra questi doni aspettati con ansia, c’erano anche le pere “maiatiche”, che in effetti  maturavano ai primi di giugno.
I “monelli” conoscevano l’esatta “geografia” dei frutti desiderati, nei campi altrui ed era consentito, per norme non scritte rubarli più o meno impunemente, in quanto era consentito anche ai padroni dei campi, qualora li avesse sorpresi, picchiarli con moderazione, colpendoli con verghe solo alle gambe, mai alla testa.
I padroni dei campi, per punire la monelleria o atto di “cotraranza”, inseguivano furiosamente i “monelli” che scappavano via, talvolta avvisati da uno di loro che veniva posizionato in posizione strategica per fungere da vedetta (guardia).
Talvolta capitava che qualcuno dei meno svelti venisse raggiunto ed allora subiva una bella mano di vergate, sempre alle gambe; in aggiunta veniva avvisato il padre che la sera stessa somministrava una dose aggiuntiva, ma di solito a questo compito erano preposte le madri.
Quasi in ogni campo c’erano le “pere maiatiche”, ma nel mio territorio esistevano due piante enormi nella proprietà di Domenico Romeo in contrada Coladiviri e due altrettanto maestose in contrada Saccuti, nella proprietà della famiglia Gullace, detta dei “Brunetti” di Bruzzano; queste quattro piante monumentali erano le più bersagliate dai monelli.
Una frotta di otto dieci monelli recuperava velocemente tanti frutti che venivano messi nelle falde della camicia ripiegata verso il petto e alla fine tutti venivano riposti al centro del gruppo, che in maniera rituale, consumava il “bottino”.
Le pere sono dolci, leggermente aromatiche, piccole (2,5 per 3), soffuse di un giallo paglierino, crescono a grappoli sui rami, ma sono in estinzione e una delle piante superstiti sopravvive a Motticella di Bruzzano in un campo della famiglia Pizzata e una componente, Silvana, ha fornito la foto.

Autore: 
Orlando Sculli
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