Omaggio al padre della rivoluzione cubana Ernesto Guevara

Sab, 23/12/2017 - 10:40

“Tutti devono morire, ma non tutte le morti hanno uguale valore. Un antico cinese, Szuma Chien, disse: ‘Tutti gli uomini muoiono, ma la morte di alcuni ha più peso del monte Tai e la morte di altri è più leggera di una piuma’.
La morte di chi si sacrifica per gli interessi del popolo ha più peso del monte Tai, ma la morte di chi serve i fascisti, di chi serve gli sfruttatori e gli oppressori è più leggera di una piuma”.

Mao Tse-Tung, Al Servizio Del Popolo, 8.09.1944. Opere Scelte, vol. 3°)
Dal Libretto delle guardie rosse

“…Un giorno ci vennero a chiedere chi si dovesse avvisare in caso di morte, e restammo tutti colpiti dalla possibilità reale di un evento del genere. Ci rendemmo conto da quel momento che era vero che in una rivoluzione (quand’è vera) o si vince o si muore. Molti compagni sono caduti lungo il cammino che conduceva alla vittoria.
Oggi tutto assume un tono meno drammatico, perché siamo più maturi, ma il fatto si ripete. Sento di aver compiuto parte del mio dovere che mi legava alla rivoluzione cubana nel suo territorio e mi congedo da te, dai compagni, dal tuo popolo, che è anche il mio.
Faccio formale rinuncia ai miei incarichi nella Direzione del partito, al mio posto di ministro, al mio grado di comandante, alla mia condizione di cubano. Nulla più di legale mi lega a Cuba, solo vincoli di altro genere che non si possono rompere come gli incarichi…
Altre parti del mondo reclamano il concorso dei miei modesti sforzi.
Ed io posso fare quello che a te è negato dalle tue responsabilità alla testa di Cuba. È giunta l’ora di lasciarci…
Ernesto Che Guevara: dalla Lettera di addio a Fidel Castro

Cari vecchi,
Quasi dieci anni fa ho scritto un’altra carta di addio. Mi ricordo che mi lamentavo di non essere miglior soldato e miglior medico. Esser medico non mi interessa più e, come soldato, non sono poi così male… il mio marxismo è radicato e depurato. Credo nella lotta armata come unica soluzione per i popoli che lottano per liberarsi e sono conseguente con le mie ide. Molti mi considerano un avventuriero e infatti lo sono; ma di un tipo differente. Sono di quelli che giocano la pelle per dimostrare le proprie verità. Se è così, vi abbraccio per l’ultima volta. Vi ho voluto molto bene; semplicemente non ho saputo esprimere il mio affetto; sono estremamente rigido nelle mie azioni e credo che a volte non mi abbiate capito. Non era facile capirmi d’altronde…
Ricordatevi di tanto in tanto di questo piccolo condottiero del Ventesimo secolo…
Un grande abbraccio dal vostro figlio prodigo e ribelle.

Ernesto

Dalla Lettera di addio ai genitori

(Marzo 1968)

L’aquilone

“C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole”
di questa primavera di Gennaio
scandita da cortei d’etrusche esedre
lungo armillanti gonne di compagne
che canti gemmano e azzurri caimani.
A bocche e amanti in discinto aquilone
sorride la sua stella guerrigliera
ancor più rossa e del sole germana.
Ancor più inonda d’emartro sorgiva
dal lago del suo sguardo esposti sogni.

Da cordigliere accanto ad Emiliano
ad albani caribi e a raso albore
è poi volato un albatro corsaro
in brezze avvolto di mito araucano:
è ritornato il Che, traente sole
più ribelli dolcezze a infande aurore
che di pistole libente profumo
dall’asmatico sigaro di luce.
Ed àncora la mano ad un fucile
l’amore comunista tra favoni.

È “qualcosa di nuovo…. Anzi d’antico”.
Roma è spuma di biomi ed effonde
i suoi assalti cubani alle sbrattate
(del satrapo sfollato fra masnade)
blinde di treni adusti a Santa Clara:
pluvi blindati. Un casco sul salario
del fulvo celerino risfamato
da una bava di pane e da cursori
d’olivastre sirene ai balbi idranti
che rauca tuba servile ristura.

Vive Guevara. Pirena è rigoglio,
la sua mano recisa, d’aquiloni,
in sudari di voli boliviani
per suburre d’oppressi o fulvo pane
di tiburtine forre, ove tuguri
arrembino una celere arrochita
da fliaciche foie di scoscesi
carrobbi su deliqui d’agre bocche.
E piccoloborghesi dissolvenze
dileguano l’abbraccio d’ un compagno.

Romane piove d’amplessi di pane
In sativi limnobi e di fucili
spante comete per fogliami a sparti
dal vento boldi fra cupi sargassi
verdiscono su bluse nei bivacchi
delle braccate stelle di Camiri.
Asme danzanti insorti lebbrosari
da indocili palmiti d’orte avane
guarnigioni di medici argentini
espandono ad esplosi quirinali.

Amplessi geminati d’aquiloni
da fulve fami a rossi celerini
serenano di pane quella mano
che s’invola nel pugno di un titano:
tonante Prometeo ai cieli infami.
E feconda carene di bandiere
rivolta d’ori aztechi nei carmini
delle immerse penalbe in flauti andini.
Precolombiane nenie da rovine
silente pueblo bagna e dì sorgenti.

Biofaro su epicedi d’eversione
di Spartachi e Gennai in fulve arene
il Millenovecentosessantotto
espugna primavere di nepenti.
Rivendica guerriglie al padre avverso.
Rivolta di ghirlande e d’ aquiloni
da venati sudari d’areostili.
Immote per asfalti di peana
le palpebre dischiuse di un amore
velante sui bompressi dei fucili.

Autore: 
Pino Sfara
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