Nino Foti (FI): Dati OCSE su Università allarmanti, servono investimenti per i giovani e nel Sud

Ven, 06/10/2017 - 19:20

!I dati diffusi dall’OCSE attraverso lo studio «Strategia per le competenze» presentato ieri, ci consegnano un quadro estremamente preoccupante rispetto al quale non si può rimanere impassibili". E’ quanto dichiara in una nota il vice responsabile nazionale del settore Enti locali di Forza Italia, con delega per il Sud, Nino Foti. "Tuttavia - prosegue Foti - sebbene il dato più eclatante, sembri essere quello relativo al numero di laureati italiani, che sono il 20% nella fascia tra i 25 e i 34 anni rispetto alla media OCSE del 30%, ben più gravi sono altri dati come quelli che mostrano come i nostri laureati abbiano, in media, un più basso tasso di competenze e quelli che evidenziano come l'Italia sia l'unico Paese del G7 in cui le competenze dei lavoratori non risultano in linea con le mansioni svolte. Circa il 35% dei lavoratori infatti, è occupato in un settore non correlato ai propri studi, e molti di questi si ritrovano paradossalmente a svolgere una professione con competenze in eccesso (11,7%) e sovra-qualificati (18%). Pertanto, oltre ad un problema nella qualità della formazione siamo di fronte anche ad un grave disallineamento fra il mondo Universitario e quello del Lavoro.

"Ancor più gravi, nel dettaglio, sono altri due aspetti che emergono dalla ricostruzione dell’OCSE. Il primo è quello che ci consegna, anche in questo caso, una netta divisione fra Nord e Sud, con un divario rilevato nelle performance scolastiche di circa un anno fra gli studenti delle due aree del Paese. Il secondo invece riguarda l’occupazione femminile visto che tra i Paesi membri dell'OCSE, l'Italia è al quart’ultimo posto per percentuale di donne occupate con il terzo tasso di inattività più alto, vale a dire di donne che non sono neppure alla ricerca di un posto di lavoro. Di fronte a questa desolante situazione, continua Foti, è utile, per avere una visione completa, considerare un ultimo aspetto che caratterizza ancora una volta in negativo il nostro Paese. L’Italia infatti è agli ultimi posti fra i Paesi europei anche in termine di investimenti, sia sul mercato scolastico universitario che su quello dell’inserimento lavorativo. La spesa pubblica universitaria in Italia è stata ridotta negli ultimi anni di oltre un miliardo di euro, il 15 per cento del totale, e siamo arrivati ad un terzo del finanziamento che l'università riceve dallo Stato rispetto ad esempio alla Germania. La riduzione del fondo complessivo per il funzionamento dell'Università negli ultimi anni è stata inoltre per la maggior parte a carico degli Atenei del Mezzogiorno, e anche il riparto dei finanziamenti finalizzati alla concessione di borse di studio ha seguito un trend analogo. Se poi consideriamo che l’Italia è inoltre uno dei Paesi in cui le tasse Universitarie sono più elevate, è evidente quale sia l’origine del problema della qualità della formazione dei nostri studenti. Discorso analogo è quello relativo all’inserimento dei nostri giovani nel mercato del lavoro. Al nostro Paese manca ancora una visione organica e di prospettiva della situazione visto che si continua sostanzialmente a legiferare per un mondo del lavoro che non esiste, perché considera solo le grandi imprese quando il cuore propulsivo dell’Italia sono quel 94,5% di imprese che contano meno di 10 dipendenti. Sarebbe invece opportuno che si assumessero provvedimenti seri per incentivare l’autoimprenditorialità, che si costruisse un mercato più flessibile che tuteli le esigenze dell’occupazione femminile. Così come sarebbe opportuno rivedere con scelte incisive il sistema universitario che non si può evidentemente reggere su un insegnamento eccessivamente frammentato che oltretutto prepara i nostri giovani a delle professioni che non hanno mercato e che di questo stesso mercato non segue più le evoluzioni".

"E’ chiaro pertanto - conclude Foti - che la responsabilità sta proprio nella visione completamente sbagliata di chi opera le scelte strategiche, ed è altrettanto chiaro che queste scelte vanno completamente riviste senza aspettare che l’ennesimo rapporto di un istituto di ricerca certifichi quello che già si può prevedere. L’Italia, come evidenziato qualche tempo fa dal prestigioso settimanale inglese “The Economist” è un Paese che continua a viaggiare a rilento ed a due velocità, una per il Nord e una per il Sud. Quello che non si è ancora capito però è che da questa partita dipende il nostro futuro perché un Paese che non investe in questi termini è evidentemente un Paese destinato a scomparire".

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