Narcotraffico Siderno-Sicilia

Lun, 11/06/2018 - 12:00
Giudiziaria

Dietro a un imponente traffico internazionale di droga, quello dell’importazione dall’Africa di un grosso quantitativo di hashish, ci sarebbero importanti cosche operanti su Siderno e zone limitrofe alleate a clan di Cosa Nostra siciliana.
È quanto emerge anche dal contenuto di un verbale di un collaboratore di giustizia riversato in una recente indagine coordinata dalla procura antimafia.
I rapporti tra le consorterie calabro sicule risultano datati, anche se il filo conduttore porta gli inquirenti a ritenere che da quel momento gli “affari” sarebbero proseguiti con alterne vicende fino al 2014.
Ritornando al narrato del collaboratore siciliano, questo riferisce di vicende risalenti al 1995.
«Nei primi mesi del 1995 io partecipai a due spedizioni organizzate da Cosimo L. e da alcuni soggetti della ‘ndrangheta calabrese finalizzate a prelevare in Marocco grossi quantitativi di hascisc da importare in Italia. Tali spedizioni si avvalevano del peschereccio di proprietà di Cosimo L. o di suo padre denominato “Lupo di San Francesco”. Per quel che ricordo il padre di Cosimo L. mi disse che il peschereccio era lungo 18 o 26 metri, in ogni caso io potei constatare che si trattava di un grosso peschereccio, con un equipaggio di quattro marinai, dalla struttura in legno e che per quanto mi risulta fu riverniciato al rientro dall’unica spedizione produttiva e cioè quella della quale ho già accennato e che ci consentì di portare in Italia un carico di circa 113 pacchi di hascisc di circa 25/30 kg ciascuno».
«Il viaggio si rivelò improduttivo perché giunti vicino alle coste del Marocco non trovammo gli uomini che dovevano consegnarci l’hascisc. Dopo questo viaggio Cosimo L. assieme a due calabresi si recò in Spagna e forse anche in Marocco per assicurarsi in loco che non si verificassero ulteriori disguidi. Sono certo che il L. affrontò il viaggio in aereo, se ben ricordo prima recandosi a Roma e dopo forse a Malaga. Sono quasi certo che i due calabresi si servirono dello stesso aereo. I tre predetti, constatato che tutto era a posto telefonarono al padre di L., che si fa chiamare Pietro, per richiedergli un nuovo viaggio. Questa volta il detto peschereccio partì avendo a bordo oltre all’equipaggio ed al padre di L., me e Giovanni G.». «Dopo avere effettuato il carico Cosimo L. tornò in Italia mediante il mezzo aereo insieme con un calabrese che si faceva chiamare “Totò”, di media statura, media corporatura e con i capelli castano scuro. L’altro calabrese tornò a bordo del peschereccio. Quest’ultimo si faceva chiamare “Giovanni” ma seppi successivamente dal G. che il suo nome era (V…). Il G. apprese ciò mentre accompagnava quest’ultimo calabrese a Messina a bordo di un’autovettura a nostra disposizione dopo che attraccammo al largo del porto di Trapani. Ivi sbarcammo io, il G. e il calabrese per organizzare il successivo sbarco dell’hascisc. Dopo circa due giorni, ricordo che era un lunedì, l’hascisc fu sbarcato, …, nei pressi della costa di Carini alle ore 23.30 circa». «Per tale sbarco fu coinvolta quasi tutta la “famiglia” di Corso dei Mille e segnatamente io, Nino M., S. Gaspare, T. Vittorio, G. Francesco, L. Cosimo, C. Piero, G. Giovanni e certamente uno dei fratelli di Nino M. anche se non ricordo con precisione se fosse presente anche l’altro fratello. Ci recammo sul posto mediante due autovetture Fiat Uno di colore bianco, oggetto di precedente furto ancora in buono stato, che dopo l’operazione furono portate nel magazzino di via Messina Montagne detto “la camera della morte”. Eravamo armati fino “ai denti” e le armi … erano poste ai piedi dei sedili posteriori delle predette autovetture rubate. Era la prima volta che partecipavo ad un’operazione così massiccia e di tale rilevanza. Vi era l’intesa che se le Forze dell’Ordine ci avessero fermato per controlli avremmo dovuto ingaggiare un conflitto a fuoco. L’operazione era particolarmente importante per il valore dell’ingente carico di hashish, tenuto anche conto delle prime difficoltà economiche della “famiglia”. Quella notte furono scaricate circa 80 o 90 casse contenenti hashish». «… le rimanenti 20 o 30 casse furono scaricate il giorno successivo nel porticciolo di Porta Carbone». «Una volta riunito il carico presso il detto magazzino, il C. trasportò a Milano, partendo il giorno successivo, l’intero quantitativo di hashish a bordo di un autocarro, sul quale viaggiava anche un terzo calabrese del quale non so dire nulla. Il carico di hashish venne occultato in mezzo a cassette di arance e mandarini. In cambio della sua collaborazione, la “famiglia” ricevette una parte del carico di hashish, credo circa 400 kg, che furono venduti da G. Giovanni con estrema rapidità ricavandone alcune centinaia di milioni, credo circa 700. In ogni caso a me e agli altri componenti il M. diede 10 milioni a testa».

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