La scuola e l’autonomia differenziata

Mar, 14/05/2019 - 16:00

In un recente convegno promosso dalla CGIL territoriale della Locride abbiamo discusso di “Autonomia Differenziata” (meglio, secondo me, il termine “a-simmetrica”) in ambito scolastico col proposito di essere dentro al dibattito politico-culturale e, per quanto possibile, di stimolarlo dal basso. Un tema, l’Autonomia Differenziata, quanto mai di attualità sulla scia del dibattito che ne è scaturito all’indomani dei referendum “consultivi” delle Regioni Veneto e Lombardia e a seguito della sottoscrizione dell’accordo preliminare Regione Emilia-Romagna - Governo Gentiloni proprio in attuazione del principio costituzionale introdotto con la riforma del Titolo V del 2001. Il tutto nasce, come strombazzato sui mass-media, dal pressing delle Regioni del Nord di dare sfogo alla loro voglia di “efficientismo” di cui si ammantano a fronte di un Sud che fatica a stare al passo delle aree del Paese cosiddette “virtuose”.
La questione dell’Autonomia “a-simmetrica”, come ogni riforma di sistema, nasce dentro un contesto storico che fa non solo da cornice, ma assimila la cultura prevalente che si impone sullo scenario politico del momento. Diremmo, anzi, che è il frutto stesso della cultura prevalente che si fa strada in un dato momento storico. Solo chi ha occhi bendati può ragionare di un problema, qual è quello dell’Autonomia “a-simmetrica”, che rischia, secondo me, di avere un impatto dirompente sul fragile meccanismo statuale che da 150 anni regge l’Italia Stato-Nazione, senza avvertire minimamente l’esigenze di riflettere sul contesto storico dentro il quale matura la proposta dell’Autonomia Differenziata.
Da 25 anni a questa parte, ormai, il dibattito istituzionale del Paese ruota prevalentemente intorno all’Italia a due velocità. La Lega è entrata prepotentemente sullo scenario politico inizialmente con una sfrontata rivendicazione secessionista scemata, ma solo tatticamente, al tratto sovranista attuale. Il nuovo look indossato dai seguaci di Alberto da Giussano, infatti, non è altro che  l’ennesima coperta ideologica che maschera il vero credo leghista: realizzare un sistema Paese (se ancora ha valore il termine unitario) ad autonomia a-simmetrica con lo scopo, di fatto, di archiviare  definitivamente l’obiettivo storico di costruzione di una Nazione che sappia parlare al suo interno non solo la stessa lingua, ma, soprattutto, sappia ritrovare le ragioni unitarie per sentirsi comunità portatrice di una storia millenaria in grado di proporsi all’Europa e al mondo.
Giova a tal proposito far notare che il Costituente con lungimiranza ha cercato di premunirsi dal rischio della disgregazione territoriale del Paese, presente, peraltro, fin dal momento in cui i Padri risorgimentali concepirono miracolosamente una Nazione accomunata dall’essere solo una sommatoria di campanili e di torri. L’Assemblea costituente discusse a lungo e con grande riserve sull’art. 5 della Costituzione che, non a caso, esordisce dicendo: “La Repubblica, una e indivisibile …”.
Ma, proprio per sostenere le ragioni di mantenere una forte impronta di Scuola Pubblica Nazionale dentro l’assetto statuale dello Stato italiano, a fronte del “decentramento a-simmetrico” introdotto maldestramente e colpevolmente con la riforma del Titolo V della Costituzione, faccio ricorso al famoso discorso sulla difesa della Scuola Nazionale di Pietro Calamandrei, Padre Costituente,  tenuto nel 1950 al III Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (corsi e ricorsi storici di vichiana memoria): “La scuola, come la vedo io, è un ORGANO COSTITUZIONALE. Ha la sua posizione, la sua  importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. [ … ] Ora quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: Camere, Camera dei Deputati, il Senato, il Presidente della Repubblica, la Magistratura; ma non vi verrà mai in mente di considerare fra questi organi la Scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. [ … ] La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. [ … ].
Scuola “organo costituzionale”, dice il grande Piero Calamandrei per creare una classe dirigente all’altezza del Paese; ma, soprattutto, “organo costituzionale” per dare senso unitario a uno Stato uscito, allora, malconcio da due conflitti mondiali intervallati dal ventennio fascista; oggi, minato da una crisi di sistema che sta sfiancando il Paese da 25 anni.
Se l’Autonomia Differenziata (o a-simmetrica) ruota intorno a tale logica istituzionale, tutte le altre considerazioni sono, a mio parere, solo critiche di contorno alcune delle quali percepibili, persino, come  strumentali e, come tali, rischiano di inficiare la battaglia unitaria che sta alla base dello scontro in atto. È questa una delle ragioni per cui opto per il termine “Autonomia a-simmetrica” e mi scaglio contro coloro i quali hanno solo l’interesse a recitare la parte del meridionalismo nuova maniera ma, di fatto, mirano alla difesa dello status quo.
Non si tratta, infatti, di difendere il modello attuale di scuola contrapponendola a quella in carico ai fautori e sostenitori dell’autonomia differenziata, perché “differenziata” la Scuola del Sud e del Nord è da una vita che lo è (ecco l’altro motivo per cui la chiamo “autonomia a-simmetrica”!). E per colpevole responsabilità della classe dirigente nazionale e di quella meridionale, senza riguardo alcuno.
Guai a commettere l’errore di sostenere, anche, involontariamente la verniciatura di verginità di quella classe dirigente (politica, sindacale, culturale, ecc.) che oggi grida al pericolo dell’Autonomia Differenziata per riconquistare ruolo o posizione cercando di far passare sotto silenzio le colpe storiche di certa politica, di certo sindacato, di certa cultura megafono del potere di turno! L’Autonomia Differenziata (mi riferisco, anche, a quella scolastica) a partire dagli anni ’70 si è consolidata nel Paese e l’hanno voluta l’irresponsabile classe dirigente nazionale unitamente alla miopia consapevole delle classi dirigenti meridionali.
Quando in Italia iniziarono a farsi strada modelli virtuosi di organizzazione scolastica (penso, ad esempio, al Tempo Pieno nelle scuole dell’Infanzia e del Primo ciclo d’istruzione; alle Scuole Professionali su base regionale, ecc.), la classe dirigente nazionale non pensò di dotare il Paese dello stesso modello infrastrutturale e organizzativo, ma barattò il suo disegno di “sovranismo a-simmetrico” (già allora si appalesò il modello attuale) perpetuando l’alleanza storica ceti produttivi del Nord - ceti parassitari del SUD attraverso l’elargizione di prebende e assecondando un familismo meridionale miope. Con il risultato di concentrare lo sviluppo e i servizi di avanguardia solo nella parte sviluppata del Paese e relegando il Sud a un ruolo marginale.
I nuovi-vecchi alleati di tale disegno in versione repubblicana, spiace constatarlo, sono individuabili in quella cricca politico-sindacale meridionale che ha imperversato dopo gli anni ’60 a discapito dei territori e delle popolazioni del Sud. Questo vale per la scuola, ma il discorso potrebbe valere per la vastissima gamma delle infrastrutture e strutture del Paese.
Oggi, però, in tempi di scarsità di risorse, i nodi sono venuti al pettine: la scuola del Nord (lo stesso discorso potremmo farlo per la sanità) ha strutture d’avanguardia (con alcune eccezioni negative nelle periferie delle metropoli); quella del Sud versa in uno stato comatoso. Oggi, in tempi di vacche magre, la scuola del Nord ha tempi ampi superiori a quelli del Sud e una diffusa organizzazione di Scuole a Tempo Pieno e Istituti Professionali e Tecnici d’avanguardia assimilabili alle realtà avanzate dell’Europa; le scuole del Sud si dimenano con gli strepiti di una morte lenta e con un’autoreferenzialità che la fa da padrona.
Tutto questo è colpa dell’Autonomia Differenziata? Assolutamente no! Attiene a ben precise responsabilità ascrivibili alla classe dirigente meridionale, alla quale non va concessa alcuna attenuante né la possibilità di rispolverare la bandiera meridionalista contro l’Autonomia Differenziata per darsi una verginità impossibile da riconquistare.
La battaglia difficile, forse già persa, contro l’Autonomia a-simmetrica risulterà perdente in partenza, a mio modestissimo parere, se verrà combattuta senza la consapevolezza che, come classe dirigente meridionale, siamo parte del problema. Solo una riconquistata consapevolezza dei nostri errori storici e l’emergere di un nuovo gruppo dirigente (ci sarà!) scevro da contaminazioni di connivenze passate e recenti potrebbero imprimere vigore alla battaglia storica di un meridionalismo di qualità. Ma con tutta onestà, la piazza non mi pare offra un bel panorama! Basti vedere come un certo Sud servizievole si sta preparando a saltare sul carro del nibelungo… il seguito è pronto a rispondere all’appello: avanti i redivivi ascari a comando!

Autore: 
Vito Pirruccio
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