La risorsa olivicola calabrese

Sab, 15/12/2007 - 00:00

Nei giorni scorsi si è parlato con preoccupazione del commercio di alberi di ulivo secolari sradicati in Calabria e in specie nella nostra provincia che vengono spediti e reimpiantati al nord per arredare ville e giardini a mo’ di sculture arboree.
Un simbolo - e che simbolo! - di paesaggio mediterraneo collocato in aree che col mare, il clima, l’ambiente di provenienza hanno poco a che fare,  anche se esempi e tradizioni del genere sedimentati nel tempo non mancano: il giardino botanico (e per analogia quello zoologico) ne sono l’esempio ammantato di “scientificità” e obiettivi di divulgazione popolare.
Vi è poi sempre stata la visione aristocratica e le azioni conseguenti a determinare i reimpianti “fuori luogo”. Esempi classici possono essere le ”orangerie”, i giardini d’inverno e quelli tropicali in serra, a Parigi e altrove, persino nella gelida Russia degli Zar.
Potere e danaro ma, oggi, anche una certa “incultura”: Berlusconi in almeno una delle sue tantissime ville in Sardegna gli ulivi li ha fatti arrivare dalla Spagna, tanti pare, e tutti rigorosamente uguali. Mode dunque non passeggere, che oggi viste le dimensioni assunte, per ritornare ai nostri ulivi transumanti, destano giusti allarmi che hanno portato a interrogazioni parlamentari e a disegni di legge regionali tesi a impedire un commercio del genere.
Iniziative lodevoli alle quali non ho fatto mancare, per quel che possa valere, il mio appoggio  pur non condividendo appieno enfasi e allarmismi utilizzati. Perché se c’è da condannare una tendenza, e studiare come contenerla affinché rimanga all’interno di dimensioni fisiologiche, tutto bene. Ma senza perdere di vista la reale entità di questo  fenomeno che a me sembra non rischia di raggiungere le dimensioni catastrofiche paventate.
Dobbiamo avere contezza di quanto avviene e del contesto in cui si manifesta. Da un lato abbiamo le ville e i giardini del nord e fors’anche di altri luoghi che richiedono alberi di ulivo (ma come abbiamo visto non provengono tutti dalla Calabria); e si tratta comunque di un numero finito che non può essere enorme.
Dall’altro, solo per rimanere alla nostra provincia, nel settore olivicolo possediamo un patrimonio vegetale di dimensioni imponenti. Tra area reggina, Piana e Locride si contano, dato ISTAT, su una superficie ulivetata di 57.705 ettari, nientemeno che 8.817.010 piante di ulivo (dato Agecontrol relativo al 2005).
E’ del tutto evidente che su una dotazione del genere non può assolutamente realizzarsi il temuto depauperamento dei nostro magnifici boschi di ulivi, anche se, ripeto, paletti precisi a questo business del commercio di alberi secolari sradicati qui e trasportati altrove vanno posti.
Tuttavia l’occasione mi pare propizia, e il fenomeno lamentato me ne dà l’opportunità, per avviare sul problema ulivi e olio che riguarda la nostra provincia una riflessione alla quale mi auguro altri vorranno partecipare apportando contributi di idee e suggerimenti operativi: io infatti, da assessore provinciale all’agricoltura debbo essere un interlocutore che comprende i problemi, coglie le istanze provenienti dal territorio e le traduce in attività politica, ma non mi considero depositario di competenze specialistiche e risolutore di problemi annosi.
La sfida sul terreno, è il caso di dire, è di vasta portata, anche se riassumibile in pochissime parole. Siamo una provincia olivicola, il dato sulle consistenze è impressionante. Eppure non produciamo olio di qualità e sul mercato viviamo una condizione di totale anonimia perché dietro le bottiglie con etichette che pur esistono non vi sono dimensioni commerciali di qualche respiro.E se viene meno il fatturato - con relativo valore aggiunto - comprendente anche quello che discende dal controllo della filiera produttiva  fino al banco di vendita, è evidente che qualcun altro, svolgendo operazioni commerciali al posto nostro, si appropria di una parte sostanziale e remunerativa del processo produzione-consumo. Relegandoci - ma non possiamo accusare nessuno per questa situazione, salvo forse noi stessi - al mero ruolo di “produttori”, cui toccano i rischi e la bassa redditività.
Si è già ricordato su questo giornale che, a esempio, l’olio prodotto nella Piana è soprattutto olio lampante (termine che deriva dall’uso finalizzato ad alimentare le lampade di un tempo). Però sarebbe importante ricordare anche, così si capisce come la nostra attuale “arretratezza” abbia origini lontane nel tempo, come è nata e con quale scopo la nostra vocazione calabrese alla coltura olivicola e alla produzione olearia, che ha trovato nella nostra provincia insediamento più esteso che altrove.
Tutto nasce verso la fine del 1600. Fino a quell’epoca e da tempo immemore, l’attività agroindustriale di maggiore pregio e di più alto impiego di manodopera era la coltivazione del gelso, l’allevamento del baco, la trattura della prima seta grezza, destinata ad alimentare molti mercati e soprattutto quello principale, Catanzaro, che nel 1670 aveva addirittura 1000 telai impiegati specialmente per la produzione di velluti e damaschi.
Ma quando entrò in crisi il mercato della seta inteso come prodotto finito (il cotone ebbe una parte importante a determinarla) le ripercussioni a monte, venendo meno la domanda di materia prima destinata alla lavorazione, furono disastrose. Nacque una “guerra tra piante”: nel volgere di circa quarant’anni il panorama arboreo della Calabria si trasformò “radicalmente” e il manto verde-argenteo degli oliveti divenne caratteristico della nostra campagna.
Nel 1792 il Galanti, inviato dai sovrani di Napoli come visitatore generale in Calabria, in un punto della sue accurate relazioni dice che, mentre i gelseti venivano abbattuti con l’accetta, l’impianto di oliveti non conosceva sosta, soprattutto nella Piana di Gioia Tauro e Rosarno.
D’altra parte al mercato nazionale e internazionale serviva sempre più olio, in parte per consumo alimentare ma ancor più - benefico effetto della rivoluzione industriale - per la forte richiesta delle industrie meccaniche inglesi e dei saponifici francesi.
In Inghilterra l’olio serviva come lubrificante per i telai e le altre macchine, in Francia come componente del sapone. In entrambi i casi, più quello ricordato per illuminazione, non occorreva un prodotto di qualità, e da quegli uliveti che per abbassare i costi di produzione non conobbero la sistematica potatura e la raccolta razionale delle olive nacque e ancora in qualche misura perdura una scarsa attenzione alla qualità a favore della quantità.
Una tendenza che va assolutamente invertita, e che diverrà oggetto di una difficile e complessa azione di politica agricola che tuttavia non presenta alternative.
Ma riprendendo il discorso iniziale e osservando l’esistente, nel mentre senza drammatizzare oltre misura occorre intervenire per evitare l’utilizzo a fini ornamentali delle nostre piante secolari, non possiamo né dobbiamo trascurare l’aspetto estetico e culturale che un oliveto ultracentenario possiede.
Personalmente, non soltanto per dare contenuto alla delega ai Parchi e Aree protette che mi è stata assegnata, partendo da motivazioni al tempo stesso culturali, ambientali, paesaggistiche, storiche, ecc. ritengo vada avviata una azione di salvaguardia di questo bene, l’uliveto, che ci porti nel volgere di qualche anno a individuare, perimetrare, proteggere e contestualmente valorizzare specifiche aree olivetate rispondenti ai requisiti richiesti, trasformandole in Parchi tematici.
Qualche altra regione, e in particolare la Puglia, ha già avviato politiche del genere, perciò considero queste iniziative e i risultati raggiunti occasione di osservazione, studio e acquisizione di esperienze per noi quanto mai utili.
Credo che pensare di far nascere delle aree olivetate protette rientri, per ciascuno di noi, nelle responsabilità culturali generali le quali divengono per un politico dei passi obbligati da compiere; tuttavia ritengo altresì che procedendo in tal modo non solo si assolva a un dovere, ma si finisca per dare un aiuto, se sapremo operare correttamente, al nostro sviluppo turistico. Al turismo naturalistico in primis (attenzione: in nessuna altra parte del mondo, che io sappia, esistono alberi di ulivo delle dimensioni e della bellezza di quelli della Piana) e più in generale all’attrattività dei nostri luoghi.al mero ruolo di “produttori”, cui toccano i rischi e la bassa redditività.
Si è già ricordato su questo giornale che, a esempio, l’olio prodotto nella Piana è soprattutto olio lampante (termine che deriva dall’uso finalizzato ad alimentare le lampade di un tempo). Però sarebbe importante ricordare anche, così si capisce come la nostra attuale “arretratezza” abbia origini lontane nel tempo, come è nata e con quale scopo la nostra vocazione calabrese alla coltura olivicola e alla produzione olearia, che ha trovato nella nostra provincia insediamento più esteso che altrove.
Tutto nasce verso la fine del 1600. Fino a quell’epoca e da tempo immemore, l’attività agroindustriale di maggiore pregio e di più alto impiego di manodopera era la coltivazione del gelso, l’allevamento del baco, la trattura della prima seta grezza, destinata ad alimentare molti mercati e soprattutto quello principale, Catanzaro, che nel 1670 aveva addirittura 1000 telai impiegati specialmente per la produzione di velluti e damaschi.
Ma quando entrò in crisi il mercato della seta inteso come prodotto finito (il cotone ebbe una parte importante a determinarla) le ripercussioni a monte, venendo meno la domanda di materia prima destinata alla lavorazione, furono disastrose. Nacque una “guerra tra piante”: nel volgere di circa quarant’anni il panorama arboreo della Calabria si trasformò “radicalmente” e il manto verde-argenteo degli oliveti divenne caratteristico della nostra campagna.
Nel 1792 il Galanti, inviato dai sovrani di Napoli come visitatore generale in Calabria, in un punto della sue accurate relazioni dice che, mentre i gelseti venivano abbattuti con l’accetta, l’impianto di oliveti non conosceva sosta, soprattutto nella Piana di Gioia Tauro e Rosarno.
D’altra parte al mercato nazionale e internazionale serviva sempre più olio, in parte per consumo alimentare ma ancor più - benefico effetto della rivoluzione industriale - per la forte richiesta delle industrie meccaniche inglesi e dei saponifici francesi.
In Inghilterra l’olio serviva come lubrificante per i telai e le altre macchine, in Francia come componente del sapone. In entrambi i casi, più quello ricordato per illuminazione, non occorreva un prodotto di qualità, e da quegli uliveti che per abbassare i costi di produzione non conobbero la sistematica potatura e la raccolta razionale delle olive nacque e ancora in qualche misura perdura una scarsa attenzione alla qualità a favore della quantità.
Una tendenza che va assolutamente invertita, e che diverrà oggetto di una difficile e complessa azione di politica agricola che tuttavia non presenta alternative.
Ma riprendendo il discorso iniziale e osservando l’esistente, nel mentre senza drammatizzare oltre misura occorre intervenire per evitare l’utilizzo a fini ornamentali delle nostre piante secolari, non possiamo né dobbiamo trascurare l’aspetto estetico e culturale che un oliveto ultracentenario possiede.
Personalmente, non soltanto per dare contenuto alla delega ai Parchi e Aree protette che mi è stata assegnata, partendo da motivazioni al tempo stesso culturali, ambientali, paesaggistiche, storiche, ecc. ritengo vada avviata una azione di salvaguardia di questo bene, l’uliveto, che ci porti nel volgere di qualche anno a individuare, perimetrare, proteggere e contestualmente valorizzare specifiche aree olivetate rispondenti ai requisiti richiesti, trasformandole in Parchi tematici.
Qualche altra regione, e in particolare la Puglia, ha già avviato politiche del genere, perciò considero queste iniziative e i risultati raggiunti occasione di osservazione, studio e acquisizione di esperienze per noi quanto mai utili.
Credo che pensare di far nascere delle aree olivetate protette rientri, per ciascuno di noi, nelle responsabilità culturali generali le quali divengono per un politico dei passi obbligati da compiere; tuttavia ritengo altresì che procedendo in tal modo non solo si assolva a un dovere, ma si finisca per dare un aiuto, se sapremo operare correttamente, al nostro sviluppo turistico. Al turismo naturalistico in primis (attenzione: in nessuna altra parte del mondo, che io sappia, esistono alberi di ulivo delle dimensioni e della bellezza di quelli della Piana) e più in generale all’attrattività dei nostri luoghi.

Autore: 
Antonio Scali
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