La penombra che stiamo attraversando

Dom, 31/03/2019 - 16:40

Da quando i social “hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli”, cito Umberto Eco, molti dei quali non avremmo mai saputo che esistessero e che, al contempo, fossero capaci dell'esercizio sommario della scrittura, siamo esposti, senza sosta né difese, allo stillicidio continuo dei parti di amanuensi che, più che avere qualcosa di indispensabile da dire, credono sia indispensabile dire qualcosa.
Per quel che mi riguarda, dico subito (non sono io da meno di tutti gli altri, quindi) che, da questo punto di vista, io ho minori opportunità di attingere a questo filone non essendo iscritto a Facebook, anche se non mancano, di tanto in tanto, gli amici dei gruppi WA che provvedono a colmare questa mia lacuna inviandomi notizie di fatti e accadimenti che ritengono possano interessarmi.
E qualche giorno addietro mi sono visto recapitare sul telefonino una schermata della pagina fb di OMISSIS la quale, riferendosi, evidentemente, al decreto del presidente del Consiglio di Stato con il quale si disponeva la sospensiva della sentenza del TAR del Lazio che riconosceva la totale estraneità dell'Amministrazione Comunale di Marina di Gioiosa Jonica (leggi Vestito) rispetto alle accuse di essere stata esposta a infiltrazione mafiosa, non ha perso l'occasione di scrivere, compiaciuta e ricevendo i like di alcuni followers, la frase “sul ponte sventola bandiera bianca” mascherandola da augurio a Franco Battiato per il suo compleanno.
Non ne posso avere certezza, naturalmente, e Dio solo sa quanto bene mi farebbe ricevere smentita, ma, da una attenta esegesi del testo e dei commenti di chi lo ha likkato (si dice?), viene da pensare che il conferimento di paternità di quel cenno a Franco Battiato provenga dal solo fatto che egli lo riproponga nel suo brano “Bandiera Bianca”.
A volte gli avvoltoi volano così alto che faticano, per quanto dotati di ottima vista, a distinguere i particolari.
E, allora, ci vuole qualcuno che li prenda per mano (non gli avvoltoi) e li conduca sulla retta via:  è un lavoro sporco e il più delle volte impopolare ma qualcuno deve pur farlo.
Intanto, dunque, gentildonne e galantuomini (… quante squallide figure che attraversano il paese…), la frase non è una frase ma un verso della poesia “L'ultima ora di Venezia” che Arnaldo Fusinato, poeta vicentino di Schio, compose in occasione  dell'assedio che gli Austriaci posero alla città di Venezia nel corso della Prima Guerra d'Indipendenza e dell'eroica resistenza dei Veneziani benché ridotti alla fame e stremati dal colera e dalle cannonate.
Per inciso, al nominato poeta l'Università di Padova ha intitolato la Casa dello Studente nella quale ho avuto modo, durante un’occupazione nel febbraio del 1970 (non so quanto accortamente, alla luce del Nobel per la Letteratura che anni dopo gli è stato assegnato), di avere uno scambio di vedute piuttosto acceso con Dario Fo sull'origine del nome di Cielo d'Alcamo.
Battiato ha ripreso “sul ponte sventola ecc” a volere indicare come in questa nostra epoca la decadenza sia talmente avanzata da non avere noi altra scelta che issare il drappo bianco e arrenderci così come fecero i Veneziani nell'agosto del 1849 allo strapotere dell'esercito asburgico.
E, a proposito di decadenza, sono certo che il colto siciliano studioso di filosofia esoterica avrebbe potuto dire qualcosa di più e di ancora più forte se avesse avuto notizia di quei Gioiosani della Marina che godono per le sventure, impreviste e impensabili, che si sono abbattute sul capo dei loro governanti a causa di una vicenda sui contorni della quale non è stata ancora fatta piena luce (…quante stupide galline che si azzuffano per niente…).
Mi avevano disorientato, al tempo, il libro dell'austriaca Edith Haan Beer “La Sposa Ebrea dell'Ufficiale Nazista” e il film “Suite Francese” tratto dal romanzo di Irene Nemirovsky nei quali si raccontano le passioni di donne che accettano di legarsi a nemici della propria gente.
Ero convinto prima di questa vicenda che non ci fosse di che meravigliarsi - non più di tanto, almeno, avendo anch'io appreso qualcosina dalla vita - datosi che queste cose hanno, in fondo, una loro ragione che risiede nei sentimenti più profondi, che non si possono controllare, dei quali l'amore e l'odio catulliani fanno parte.
Mi è, però, tornata alla mente in questi giorni, la favola dello scorpione il quale, dovendo attraversare un fiume e non sapendo nuotare, chiese alla rana di portarlo sulla schiena dall'altra parte. Il batrace, temendo che lo scorpione lo pungesse durante la traversata, tentennava ma quello gli fece notare che pungerlo sarebbe stato contro il suo stesso interesse in quanto, in quel caso, sarebbero annegati entrambi.
La rana, persuasa, accettò ma, a metà della traversata, lo scorpione la punse.
Prima di morire gli chiese perché lo avesse fatto e quello le rispose: - Perché non posso farci niente, sono uno scorpione.
O miutos delòi (la favola insegna) che nessuno può sottrarsi alla sua indole e, men che meno, gli haters per vocazione.
Per altri versi, qualcosa in più vorrei capire riguardo al pronunciamento della terza sezione del Consiglio di Stato sul ricorso presentato dell'Avvocatura dello Stato in merito alla vicenda della quale queste “bagatelles” sono ai margini, l'ulteriore  scioglimento, cioè, del Consiglio Comunale di Marina di Gioiosa Jonica nonostante una sentenza del TAR del Lazio che, nella sostanza, non sembrava lasciare spazio ad alcuna impugnazione.
Per esempio, sarei felice di capire come sia potuto accadere che, prima ancora che la notifica del provvedimento venisse fatta ai diretti interessati, fosse già di dominio di alcuni media che hanno subito provveduto a renderla pubblica.
O, ancora, per quale arcano mistero, nel ricorso presentato al Consiglio di Stato dall'Avvocatura dello Stato, compaia più volte la dicitura “questa Prefettura” in luogo di “questa Avvocatura” che, poi, era la sola titolata a ricorrere.
Ma chi siamo noi per pretendere di comprendere la ragione delle cose?
Neanche fossimo Blade Runner! Noi non abbiamo visto cose che gli umani non possono nemmeno immaginare né, tanto meno, navi in fiamme al largo dei bastioni di Orione.
A noi è dato solo di chinare la fronte al cospetto del massimo fattore che ha potere di vita e di morte sulle Amministrazioni locali, di subire gli strali dell'avversa fortuna, di mettere in una scatola di cartone i nostri “Penati” e tornarcene da dove siamo venuti.
Noi siamo infiltrati dalla delinquenza a prescindere.
Perché abitiamo un luogo che, per antonomasia, è compromesso e, comunque ci chiamiamo, chiunque siamo, dunque, non ci è accordato altro destino.
Semel abbas, semper abbas!
Al di là di ogni altra cosa, comunque, e tornando all'Ultima Ora di Venezia, voglio terminare con una citazione di Daniele Manin presa dal suo discorso ai Veneziani appena scarcerato dai Piombi e con il quale sancì la nascita della Repubblica di San Marco.
Voglio farne dono, con tutto l'affetto, ai miei concittadini sperando, per questo, di non ricevere un avviso di reato, da chi di competenza, per istigazione all'insurrezione, se esiste, o peggio.
Egli disse: - (…) se volete mostrarvi degni di libertà, ci sono momenti e casi solenni in cui l'insurrezione (io, cautelativamente, dico ribellione intellettuale) non è solo un diritto ma anche un dovere.
Minima moralia.

Autore: 
Sergio M. Salomone
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