La Fabbrica dei Mostri

Dom, 22/05/2016 - 09:48
Lo Stato ha il diritto di processare chiunque venga sospettato di aver commesso un reato ma avrebbe il dovere di rispettare le leggi e la persona umana. La “piccola” storia di Marina di Gioiosa parla all’Italia intera. Quando un solo cittadino della comunità può essere rinchiuso in carcere impunemente e in spregio alla Costituzione, il regime è alle porte.

Mentre ero intento a scrivere questo articolo, ho appreso della morte di Marco Pannella. Premetto che non mi piace contribuire alla creazione di “miti” né scrivere esaltanti agiografie dopo la morte.
Non sempre ho condiviso le sue idee ma, molto spesso, ho partecipato alle battaglie che sono state anche le sue. Da anni mi sono iscritto al partito radicale di cui Pannella è stato il massimo esponente. Lo vidi l’ultima volta al congresso radicale, ammalato, ferito ma indomito. La mia scelta di scrivermi ai Radicali Italiani e a Nessuno tocchi Caino è stata dettata dalla necessità di combattere contro la discarica umana che sono e carceri italiane e dalla necessità di contrapporsi alla deriva forcaiola e antilibertaria che sta travolgendo l’Italia.
L’unico modo di onorare Marco Pannella è quello di continuare a combattere per molte idee che sono state sue mettendo sempre la persona umana al primo posto. E questo noi continueremo a fare.
Nessuno consideri la libertà un bene acquisito per sempre. Nessuno consideri la Costituzione una eterna garanzia. Senza la giusta vigilanza democratica queste possono essere travolte in poco tempo.
L’articolo odierno non riguarda solo i diretti interessati. Riguarda tutti noi anche coloro che rispetto ai soggetti coinvolti si ritengono lontani, avversari o addirittura nemici. Noi partiamo da una singola storia per porre un problema generale. In questo caso quello della libertà di ognuno di noi e della salvaguardia della democrazia.
È il maggio 2011 È notte fonda, nella Locride è forte il profumo di zagara ma i lampeggianti della polizia fendono il buio. Marina di Gioiosa viene sconvolta da un autentico terremoto giudiziario.
L’ennesima retata a cui noi calabresi ci siamo abituati da lungo tempo. Circa quaranta persone finiscono in cella, tra questi il sindaco Rocco Femia e gran parte degli assessori comunali. Prima però bisogna mettere in piedi il solito spettacolo con la classica sfilata in manette degli arrestati.
Sfila Rocco Femia in manette. Sfilano gli assessori tra cui Francesco Marrapodi.
Passano in manette decine senza nessuna pietà per i figli innocenti, per le madri, per i familiari costretti ad assistere alla pubblica gogna dei loro cari.
Ancora nessun tribunale ha stabilito la loro colpevolezza. Nessuna sentenza è stata pronunciata ma per l’opinione pubblica sono già colpevoli. Con la complicità della “legge” si allestisce una pubblica gogna. Bisogna soddisfare la brama dei forcaioli e, soprattutto, per “gabbare” il popolo calabrese trattato da coglione.
Il consiglio comunale viene sciolto. L’ennesimo consiglio comunale della Locride sciolto per infiltrazioni mafiose. Gli imputati sono esposti nelle gabbie come un trofeo.
Lo scorso 28 aprile la Cassazione decide per gli imputati che hanno scelto il rito abbreviato.
L’assessore Marrapodi, unico degli amministratori ad aver scelto l’abbreviato, è stato assolto. È innocente! Per gli altri imputati, giudicati in abbreviato, annullamento con rinvio.
La fabbrica dei mostri si è rivelata ancora una volta falsa e bugiarda.
In seguito alla sentenza della Cassazione, Rocco Femia, ex sindaco di Marina di Gioiosa - uomo di centro destra - è stato scarcerato dopo cinque lunghi anni di galera.
Nessuno è al disopra della legge. Né i sindaci, né gli assessori, né i deputati e neanche i magistrati o gli appartenenti alle forze dell’ordine. Lo Stato ha il diritto di processare chiunque venga sospettato di aver commesso un reato ma avrebbe il dovere di rispettare le leggi e la persona umana. Anche in Calabria! Anche nella Locride. Tenere una persona - socialmente non pericolosa - per cinque anni in carcere senza una sentenza definitiva,  è una barbarie. Un insulto alla Costituzione.
Infatti, cinque anni fa scrivemmo in perfetta solitudine: “Non tocca a noi giudicare. Ma gli imputati vengano giudicati da uomini liberi. Non ci sembra che Rocco Femia e gli altri amministratori abbiamo mai sparato o accoltellato alcuno vengano processati senza catene ai polsi. La carcerazione preventiva, quando manca la pericolosità sociale, è un sopruso. È un arbitrio e una ferita mortale alla libertà personale e alla democrazia.”
Sull’argomento siamo ritornati dopo tre anni dagli arresti: "Rocco Femia ex sindaco di Marina di Gioiosa e Sandro Figliomeni già sindaco di Siderno e tantissimi altri sono in carcere da quasi mille giorni… scontano una pena senza condanna… Sono mafiosi? Non ho alcun elemento per escluderlo, ma lo si dimostri in un processo giusto ed equilibrato".
Meno di un mese fa su questo stesso giornale abbiamo ribadito, ancora una volta, le nostre posizioni.
Chiariamo, non abbiamo riportato quanto abbiamo scritto per gratificarci o per dire “noi l’avevamo detto”, ma per dimostrare che i "fatti hanno la testa dura" e oggi, con cinque anni di ritardo, ci hanno dato ragione. Una magra consolazione perché in Calabria la situazione è andata degenerando giorno per giorno e oggi i pasdaran dei poteri forti avanzano senza trovare resistenza in un’opera di desertificazione della democrazia. La politica quando non è complice è ammutolita e servile. Se non temessi di essere volgare direi con altre parole il comportamento vile e tremebondo di “politici”, pur “importanti” e inavvicinabili ai comuni cittadini, alla presenza dell’ultimo PM.
Nessuno creda che questo scempio di libertà serva per combattere la ndrangheta o per sconfiggere i malviventi. È vero esattamente il contrario. Tanto più le galere si riempiono di innocenti, tanto più saranno i delinquenti impuniti che resteranno in libertà. Anche un idiota capirebbe che un innocente tenuto in carcere per anni non sarà più in condizione di opporsi alla penetrazione mafiosa.
Spesso gli innocenti buttati in carcere per anni servono per oscurare gli insuccessi e i sostanziali fallimenti.
Ogni storia personale è parte della storia di un popolo. La “piccola” storia di Marina di Gioiosa parla all’Italia intera.
Quando una piccola comunità o un solo cittadino di essa, può essere rinchiuso in carcere impunemente e in spregio alla Costituzione , il regime è alle porte.
In questo caso Francesco Marrapodi - che non ho mai conosciuto - è una parte di noi che è stata umiliata e ferita. È il primo caso arrivato a sentenza ma potrebbe non essere l’unico.
Qualcuno dice: succede in Calabria e nella Locride perché “terra di ndrangheta”. È la storia che si ripete. Si inizia sempre con i più deboli e che, in quanto tali, sono marchiati dal sospetto. Ieri gli zingari, oggi i calabresi. Questa non è solo una giustizia ingiusta ma anche una giustizia di classe.
La viltà collettiva ha generato le grandi tragedie della storia.
Rocco Femia è libero e in attesa di giudizio ma le prigioni restano piene di innocenti o, comunque, di persone che attendono da anni una equa sentenza. E al danno si aggiunge la beffa: chi pagherà i danni morali e materiali per l’ingiusta detenzione dell’ex assessore Francesco Marrapodi?
Gli stessi calabresi che in passato hanno pagato centinaia di milioni per i “prigionieri” innocenti lasciati marcire in carcere. Lo Stato che non trova un somma modesta per coprire il posto di primario di chirurgia d’urgenza presso l’ospedale di Locri per mancanza di fondi, pagherà somme maggiori per aver privato un cittadino della libertà e dell’onore.
Non ci sarà un primario che avrebbe potuto salvare tante vite umane ma avremo più secondini che faranno la guardia a persone che non hanno mai toccato un capello ad alcuno.
Qualcuno direbbe: così va il mondo! E non va bene…
Questa è la palese impostura di una presunta antimafia che ci viene sbattuta in faccia senza vergogna. Sia chiaro, noi guardiamo con grande rispetto alla stragrande maggioranza dei magistrati che svolgono il loro lavoro con serietà e compostezza. A Locri, a Reggio, in Italia. Non a tutti però. Perché non è mai l’abito che fa il monaco. E di finti frati è pieno il convento!

Autore: 
Ilario Ammendolia
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