L’intercettazione delle “confidenze”

Lun, 03/09/2018 - 12:40
Giudiziaria

La Corte di Cassazione ha sempre ritenuto legittime ed utilizzabili le intercettazioni delle dichiarazioni confidenziali (cfr Cass. Sentenza VI sezione ud 29 marzo 2007, imp. De Marco).
Sul punto, la Suprema Corte ha così statuito: L'intercettazione ambientale volta a registrare le dichiarazioni rese confidenzialmente dalla parte offesa, che si rifiuti di deporre ufficialmente, agli inquirenti della polizia giudiziaria che indagano sul delitto (tentativo di omicidio), è atto formalmente e sostanzialmente diverso dalla testimonianza indiretta, vietata dall'art. 195 c.p.p., comma 4, riguardante la deposizione resa da ufficiali o agenti di polizia giudiziaria sul contenuto di quelle dichiarazioni, acquisite sotto forma di informazioni sommarie assunte da persone che possono riferire circostanze utili alle indagini (art. 351 c.p.p.). Tale intercettazione, che non infrange e, anzi, rispetta il divieto della testimonianza indiretta e non contrasta con l'art. 111 Cost., può essere pertanto legittimamente autorizzata ed eseguita secondo le disposizioni dell'art. 266 c.p.p. e sgg.. Nè è sostenibile che la registrazione in tal modo disposta comporti la violazione dell'obbligo della polizia giudiziaria di redigere verbale delle informazioni assunte a norma dell'art. 351 c.p.p., (art. 357 c.p.p., comma 2, lett. c)), perché in ipotesi la redazione del verbale è resa impossibile dal rifiuto dell'interessato di riferire formalmente le circostanze utili alle indagini da lui conosciute, determinando di conseguenza la necessità del ricorso all'intercettazione.
Sulla base di questa premessa, nella specie è stata giustamente ritenuta legittimamente disposta ed eseguita la registrazione ambientale delle informazioni rese confidenzialmente agli inquirenti da S. Capurro, e l'espressione adoperata nella motivazione della richiesta, di far conseguire valore probatorio alle dichiarazioni da lui rilasciate informalmente, dev'essere intesa nel senso della consapevolezza dell'inutilizzabilità che sanziona il divieto posto dall'art. 195 c.p.p., comma 4, e della necessità di acquisire le dichiarazioni del Capurro col mezzo, diverso dalla testimonianza indiretta vietata, dell'intercettazione, avente pieno valore probatorio”.
La soluzione adottata (nel senso della piena utilizzabilità delle captazioni) dalla Suprema Corte non potrà che valere, a maggior ragione allorché la captazione è avvenuta, per così dire, “alla fonte”, in un ambiente terzo ed acquisendo il dato direttamente dai soggetti – estranei al rapporto confidenziale con la Polizia Giudiziaria  – portatori delle notizie di rilevanza penale.

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