Inzolia Tunda di Palizzi

Mar, 09/01/2018 - 12:20
I frutti dimenticati

Nove o dieci anni addietro, il mio amico, Gigi Saccà di Palizzi, morto da pochi mesi, sapendo del mio interesse per le viti del nostro territorio, chiese al suo paesano ed amico , Pippo Marcianò, insegnante di lettere in Lombardia, se avesse viti interessanti da evidenziare e possibilmente da mettere in sicurezza nel mio campo di conservazione a Ferruzzano.
Pippo rispose che, fra le altre viti più tipiche di Palizzi, aveva ormai solo lui il Mantonico Pinto, una varietà che dava uve dagli acini perfettamente sferici, dotati, a maturazione di puntini neri, che spiccavano sul giallo oro della buccia.
Bisognava a questo punto informarsi quando sarebbe venuto Marcianò nel tempo dovuto, per osservarla, ossia quando l’uva alla fine di settembre era vicino alla maturazione, periodo in cui egli arrivava, vendemmiava e vinificava e poi anche al tempo della potatura, per prelevare i tralci.
Pippo prometteva solennemente, però quando arrivava per pochi giorni non mi avvisava , tramite Gigi o per telefono.
Armati ambedue di pazienza insistevamo ed egli ci faceva vedere delle foto in tempo non idoneo per prelevare degli innesti e ciò faceva aumentare la nostra curiosità perché aggiungeva che il vino che ricavava dalle sue uve , era divino.
Ci portò più di una volta nella sua cantina a Palizzi Superiore e ci fece assaggiare il suo vino utilizzando il metodo degli antenati per spillarlo.
Aveva predisposto una grossa canna con la parte superiore di cinque sei internodi incisi ed allora togliendo il tappo alla botte dall’alto vi immergeva la canna, per cui gli internodi si riempivano di vino che poi versava dentro una caraffa di cotto da cui attingevamo il vino per assaggiarlo.
Ciò mi ricordava il racconto di un mio amico , Francesco Tallarita, morto a New-York anni addietro dove era emigrato e che da adolescente aveva una forte attrazione per il vino, ma il padre severo e sospettoso sul comportamento del figlio aveva predisposto un lucchetto al rubinetto della botte, per cui dovette studiare un progetto per soddisfare i suoi desideri .
Con la stessa tecnica di Pippo Marcianò toglieva il tappo alla botte e la notte quando il padre dormiva immergeva la canna con gli internodi incisi, due o tre volte e così beveva vino a volontà.
Agendo in questi termini, quell’anno il vino però si guastò ad un certo punto, perché con quella procedura di spillarlo entrava aria e di conseguenza si ossidò ed il padre si meravigliò come ciò era avvenuto e per la prima volta nella storia della sua vigna.
Finalmente Pippo si decise ad esaudire i nostri desideri e ci indicò come avremmo potuto raggiungere la vigna in sua assenza ed osservare l’uva in tempo opportuno.
Essa si estendeva in un pianoro nella contrada più importante per il vino di Palizzi, quella di S. Ippolito, dove sorgeva un monastero di monaci basiliani, di cui sopravvivono deboli tracce.
Tra Gigi e Pippo nascevano dei dibattiti sul vino migliore di Palizzi in quanto il primo affermava, in base al giudizio insindacabile di un vecchio bevitore, che nella graduatoria il primo posto toccava al vino prodotto nei pressi della galleria ferroviaria, dove sorge la Torre Rotta, nei terreni appartenenti al barone Harimberg, il secondo al vino di contrada Vunì e solo il terzo posto toccava a quello di S. Ippolito; il prof. Marcianò non era assolutamente d’accordo.
Quando partimmo per esplorare la vigna di Pippo Marciano, vecchia di settant’anni in parte, risalimmo la fiumara di Palizzi a partire dall’antico borgo e passammo di fronte ai ruderi del monastero basiliano di S. Ippolito, posti sulla sinistra idrografica, mentre sulla destra sopravvive in buone condizioni, il mulino ad acqua dell’antico monastero.
Gigi nella qualità di attento lettore del territorio, per la sua competenza era utilizzato dalla Sovrintendenza ai Beni Archeologici, si soffermava per individuare frammenti di vasi del passato e finalmente raggiungemmo la vigna desiderata.
Vi entrammo attraverso delle scalette di legno, sovrapposte alla recinzione e ci dirigemmo verso il casolare nei pressi del quale c’erano le viti a cui eravamo interessati.
Ammirammo i grappoli effettivamente belli, segnammo con attenzione le viti e tornammo indietro e quindici giorni prima che arrivasse il prof. Marcianò per la potatura vi ritornammo e staccammo i tralci.
Ai primi di febbraio effettuai degli innesti e già nell’estate successiva le viti produssero i primi grappoli, che notai non omogenei nella varietà.
Infatti per disattenzione avevamo segnato con dei nastrini colorati qualche vite in modo errato e fu una grande fortuna , in quanto l’anno successivo spiccai un grappolo, maturo già alla fine di giugno e lo portai a farlo controllare ad un vecchio viticoltore di Palizzi, che con grande sua sorpresa mi rivelò che si trattava della Inzolia Tunda data per estinta dai contadini del suo territorio.
Continuò dicendo che quando era bambino innestavano poche viti per ogni vigna ed erano la gioia dei bambini in quanto esse erano le prime a maturare le uve ed esse erano conosciute e localizzate proprio da essi, che puntualmente, con soddisfazione del loro padri , alla fine di giugno si recavano nella vigna ad assaggiare, assieme ai fratellini, le prime uve dell’anno.
Esse sono fortemente aromatiche e nel passato erano usate dai baroni di Palizzi, sia per le uve passe che per produrre qualche buon passito.

Autore: 
Orlando Sculli
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