Il reato di associazione mafiosa, “appunti”

Sab, 03/12/2016 - 09:53
Giudiziaria

Il delitto di associazione mafiosa è un reato “plurisoggettivo” e, come tutti i reati aventi questa natura, esige  sul piano oggettivo un numero minimo di soggetti agenti, che nel caso di specie è quello di tre, la commissione da parte di ciascun soggetto agente della condotta tipica prevista dalla norma di parte speciale ed alla quale consegue il prodursi dell’evento (cioè nel caso di specie la condotta di associarsi e l’evento dell’esistenza di una struttura associativa). Sul piano soggettivo, poi, in capo a ciascun soggetto agente occorre la coscienza e volontà della condotta (cosiddetta suitas della condotta); la volontà dell’evento; il dolo specifico, se previsto, dalla norma di parte speciale, che nel caso di specie è costituito dalla volontà di perseguire la finalità di realizzare il programma criminoso. Ovviamente qualunque soggetto, che concorra nella commissione del reato, di cui all’art. 416-bis del codice penale, ponendo in essere la condotta tipica ed avendo il dolo sopra descritto, deve considerarsi a tutti gli effetti un soggetto attivo del reato, cioè un partecipe dell’associazione di tipo mafioso. La prova del fatto che un certo soggetto sia partecipe dell’associazione può essere tratta: sia da elementi, che dimostrino direttamente l’avvenuta affiliazione del soggetto alla consorteria mafiosa (si pensi ad esempio ad una chiamata di correo plurima, che indichi un certo soggetto come affiliato), sia da elementi, che dimostrino indirettamente tale intraneità nella consorteria, come ad  esempio  l’accertata commissione da parte del soggetto di più reati-fine.
In questa ultima direzione si è ritenuto che l’appartenenza all’organizzazione mafiosa possa essere provata sulla base del costante collegamento e dei continui rapporti del soggetto indagato con alcuni esponenti del sodalizio criminoso, semprechè da tali rapporti possa evincersi la “messa a disposizione” del soggetto nei confronti dell’organizzazione, destinata ed idonea a concretizzarsi in un qualsiasi settore specifico di attività o di interesse dell’organizzazione mafiosa. Questa è l’impostazione accolta dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (Cass. S.U. 30.10.2002, Carnevale, CP, 2003, 3276, CED Cass. n. 224181) che, nel delineare le differenza fra il reato di partecipazione all’associazione mafiosa e quello di concorso esterno nella stessa, hanno precisato che l’espressione “fa parte” contenuta nella norma incriminatrice comporta che il soggetto si impegni, in qualsiasi modo, trattandosi di un reato a forma libera, a prestare un contributo all’attività dell’organizzazione avvalendosi, o comunque con la consapevolezza di potersi avvalere, della forza intimidatrice del vincolo associativo e delle condizioni di assoggettamento e di omertà che ne derivano, con la precipua finalità di perseguire gli obbiettivi dell’organizzazione stessa. In sostanza non basta, per far parte di un’associazione mafiosa, un atteggiamento psicologico di mera adesione al programma criminoso dell’organizzazione ed alle concrete attività attraverso le quali esso è stato attuato; occorre, invece, come sopra si diceva, l’assunzione di un ruolo materiale all’interno dell’organizzazione con conseguente assunzione di impegni finalizzati al conseguimento degli scopi del sodalizio. Questa interpretazione è stata ribadita anche con maggiore chiarezza in una successiva decisione dove si afferma con esemplare chiarezza:”In tema di associazione di tipo mafioso, la condotta di partecipazione è riferibile a colui che si trovi in rapporto di stabile e organica compenetrazione con il tessuto organizzativo del sodalizio, tale da implicare, più che uno status di appartenenza, un ruolo dinamico e funzionale, in esplicazione del quale l'interessato prende parte al fenomeno associativo, rimanendo a disposizione dell'ente per il perseguimento dei comuni fini criminosi” (Cass. S.U.  12.7.2005, Mannino, RP, 2005, 1169, CED Cass. n. 231670). Ed al riguardo le Sezioni Unite hanno aggiunto che la prova della partecipazione  potrà essere fornita attraverso elementi definiti come indicatori fattuali, cioè regole di esperienza attinenti al fenomeno mafioso sulla base delle quali possa evincersi la compenetrazione del soggetto nell’organizzazione criminosa, quali ad esempio l’affiliazione rituale, la commissione di delitti-scopo, i comportamenti tenuti nelle pregresse fasi di "osservazione" e "prova", oltre a molteplici, variegati e però significativi facta concludentia dai quali possa evincersi la costante permanenza del vincolo associativo (Cass.pen. 11.12.2007, Addante ed altri, CED Cass. n. 238839).

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