Il Contraltare

Lun, 24/11/2008 - 00:00

Giuseppe Strangio, è un uomo di media statura, volto spigoloso e ciglia folte, capelli nero corvino e uno sguardo acceso. Uno cosi, con un cognome così, se non fosse stato per la tonaca che indossa, da presidente della squadra di calcio del San Luca sarebbe già stato tinto dai professionisti dell’antimafia come uomo d’onore. Invece, Pino Strangio, don Pino, è un uomo di Dio, e l’onore e la dignità l’ha chiusa tutta nel suo orgoglio di essere rimasto a spendere la sua vocazione a San Luca. La strada che dal bivio di Bovalino porta alla casa di Corrado Alvaro è una lingua di asfalto che tira dritta e poi all’improvviso si torce in curve e salite, fino a vedere all’orizzonte un mucchio di case ammassate, una sopra l’altra. E’ un piccolo paese, quasi un borgo, ma ha il primato di essere il comune territorialmente più esteso della provincia reggina, e il primato di avere, in base alla popolazione, il numero più elevato di arrestati e indagati per mafia. Don Pino Strangio è il parroco di questo pezzo d’Aspromonte. Il prete di una città devota a un Santo mai amato quanto il collega Sebastiano. Don Pino ha anche l’onere e l’onore, di essere il principale custode del santuario della Madonna della Montagna, che i più attenti cultori della letteratura della ’ndrangheta riconosco come il Santuario della Madonna di Polsi. Quello in cui, secondo le leggende giudiziarie, ogni anno si incontrano, o si incontravano, i “padrini” della mala per decidere le strategie delle famiglie. Un appuntamento di cui tutti scrivono e parlano, d’altronde l’immagine del summit fa pendant. Tra Pietra Cappa e Polsi don Pino Strangio si batte da più di 30 anni contro le testardaggini dei suoi paesani e quelle dei governi nazionali e regionali. Da 28 anni don Pino Strangio chiede a gran voce un oratorio, lo ha chiesto alla Provincia, lo ha chiesto alla CEI, lo ha chiesto al Governo. Eppure il parroco non si chiarisce con una accentuata cadenza aspromontana che renderebbe complicata la comunicazione tra lui e i suoi interlocutori. Ma le prediche di don Pino, e forse meglio quelle di qualche suo superiore, come l’eco delle sirene di Ulisse, sono riuscite a calamitare nella Locride le presenze istituzionali pre-elettorali, i convegni sull’antimafia e le gerbere appassite sul selciato della chiesa dopo la passerella di rito di auto blu e comizianti in abito scuro. Di un oratorio a San Luca neanche una parola, tranne quella del parroco Strangio. Ho sentito don Pino è gli ho chiesto del suo impegno per San Luca: “Ho un sogno - mi ha detto - quello che finiscano gli sperperi per organizzare convegni, ospitare professori, politici e sociologi. Spero che si investano i soldi in questo territorio in centri di aggregazione, in oratori, in campi di calcio. Basta manifestazioni e proclami, servono risposte per i nostri giovani. Serve un oratorio a San Luca, serve un campo di calcio a Platì, servono centri culturali e di aggregazione in tutti quei comuni che hanno una realtà sociale difficile. Qualche tempo fa la squadra di calcio del San Luca stava per scomparire, ed il titolo sportivo stava per essere acquistato dal San Ferdinando. Nessuno di tutti questi paladini della legalità si è preoccupato di intervenire per non far scomparire il calcio da San Luca. Sono dovuto scendere in campo io e impegnarmi affinchè i giovani del mio paese avessero ancora la possibilità di tirare due calci ad un pallone”. Il sogno di don Pino dura da 28 anni, e si è trasformato nell’incubo di uno show da prima serata sulla strage di Duisburg e nei viaggi delle donne di San Luca a New York. Non è il mondo che viene a trovare il paese aspromontano, ma è ancora una volta il comune di Corrado Alvaro a dover tendere le braccia fuori dalla Locride. Questo tranne quando le telecamere dell’informazione e gli interessi della politica rendono attori da oscar i paladini dell’antimafia. Don Pino è un prete che chiede poco, un oratorio. Oggi in Italia c’è un altro prete che si batte e si impegna per portare in giro per l’Italia il verbo dell’antimafia. E’ don Luigi Ciotti, un uomo in tonaca tutto di un pezzo, che si indigna e urla. Oggi don Ciotti è il simbolo dell’antimafia in Italia. E’ quello che organizza comizi, che sostiene i cortei, che si sposta da una città all’altra nel nome della legalità. E’ uno che parla alle coscienze ma che non distribuisce il pane. Dietro di lui si muove un popolo fatto di giustizialisti e giustizieri, di estemporanei protagonisti della legalità professata. Dietro di lui si muove un popolo che lancia ideali senza lasciare speranza. La carovana di don Ciotti è mossa da buone intenzioni ma non regge l’urto drammatico della realtà quotidiana. Inconsapevolmente alcuni cortei e organizzazioni antimafia si pongono come vessillo dietro il quale si possono nascondere l’incapacità e l’ipocrisia politica. E’ l’immagine dell’orchestra parata a festa che suona mentre il Titanic è in pieno crollo verticale. E’ la fotografia che Umberto Santino ha fatto più volte. E’ un ritratto a tinte forti dell’inganno che si consuma ai danni della società italiana, ed in particolare ai danni di quella meridionale. La voce di don Pino Strangio fa da contraltare a questo modo di intendere la legalità, fa da contrappeso a quello che da anni è l’inutile pagliacciata della lotta alla ’ndrangheta fatta di cortei e convegni sulla mafia. Oggi in Calabria siamo tre volte vittime: vittime della ’ndrangheta, vittime di uno Stato assente e vittime di chi al grido di con noi o contro di noi risolve l’inganno dell’incapacità di reagire con il facile giustizialismo del colorare questa terra come spacciata. Il sogno di don Pino riaccende una luce e spazza via le ombre di comizianti e tronisti che sulle spalle delle vittime innocenti della ’ndrangheta continuano a cercare il loro momento di gloria e di celebrità.

Autore: 
Pasquale Violi
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