Fuori il Crotone della serie A

Dom, 07/01/2018 - 11:20

Nessuno, e giustamente, ha avuto mai nulla da dire sul Parma di Tanzi, sulla Lazio di Cragnotti, sul Milan di Berlusconi. Per la squadra calabrese nessuna indulgenza perché, almeno secondo la DDA di Catanzaro, la società sarebbe stata contaminata dalla ndrangheta.
Fuori il Crotone e, quindi, la Calabria della serie A.
Per fortuna dei tifosi, l’istanza avanzata dal procuratore della Repubblica di Catanzaro è stata respinta anche in sede di appello e non voglio neanche pensare cosa sarebbe successo in città in caso di interruzione forzata del campionato.
Resta il fatto che tale richiesta sarebbe stata supportata dalla convinzione che il presidente della società, unitamente al fratello, abbiano avuto “problemi con la giustizia” … ma sono stati assolti.
Ribadisco: ASSOLTI!
Quindi sono innocenti a meno che non si consideri il processo una farsa e la sentenza un incidente di poco conto.
Personalmente, non sapevo neanche dell’esistenza dei fratelli Vrenna, amministratori della società sportiva di Crotone, e come ogni cittadino normale non esprimo giudizi su chi non conosco.
Potrebbe darsi che siano mafiosi ma tocca ai magistrati dimostrarlo, tenendo conto - tra l’altro - che in Calabria abbiamo la più alta concentrazione di forze dell’ordine. Dimostrarlo non sulla base di chiacchiere ma indicando prove della loro attività mafiosa. In assenza delle prove, tutti noi avremmo il dovere di adeguarci alle sentenze e di trattare ogni cittadino come assolutamente innocente sino a che non abbia avuto una condanna definitiva.
Un dovere anche per un PM, al di là delle sue convinzioni personali, a meno che non si stravolga la Costituzione e il marchio di mafioso non diventi monopolio delle singole procure.
L’istanza della procura di Catanzaro rafforza ulteriormente la convinzione secondo cui in Calabria non si possa e non si debba far nulla altrimenti si entra in contatto con la ‘ndrangheta. E questo pensiero è diventato egemonico.
La frase ricorrente è “chi te lo fa fare”, “ fatti i cazzi tuoi”. E spesso comprendi la “saggezza” contenuta in queste parole anche se così avanza e si consolida l’idea, secondo cui, è meglio impoltronirsi in qualche ufficio pubblico, vivere da parassita, recitare una “parte” in commedia, piuttosto che darsi da fare per cambiare le cose in Calabria.
E Dio solo sa se avremmo bisogno di cambiamenti radicali.
Quanto ho detto non è una novità!
Noi abbiamo avuto intere comunità, chiese, consigli comunali, imprese, sindaci, singoli cittadini, turbati e sconvolti dalla mafia o vergognosamente criminalizzati su semplici sospetti.
Due facce della stessa medaglia, due mandibole di una stessa morsa che ci stritola.
Chi non recita sul copione del conformismo più piatto non ha vita facile.
Il vescovo Carlo Maria Bregantini, che aveva compreso la Calabria molto meglio di tanti calabresi, sembra sia stato promosso e rimosso in quanto “dialogante” con i “cattivi” e, qualche volta, critico verso i “buoni”.
Mimmo Lucano ha avuto centinaia di riconoscimenti a livello nazionale e internazionale, ha ricevuto una lettera del Papa, è stato invitato in tutte le televisione, su di Lui hanno girato un film e una fiction ma è sotto indagine.
La fiction (con Fiorello nella parte di Mimmo Lucano) bloccata perché la vita di un calabrese decisamente onesto non può essere di “serie A” e se non appartieni a determinate caste non puoi essere contemporaneamente calabrese ed esempio positivo.
Mi è venuto in mente che un tempo a Monasterace si producevano dei fiori bellissimi, merito di un signore olandese di nome Von Zanthen che si era convinto di creare una filiera tra Olanda e Calabria per la produzione di fiori per l’intero anno.
Un sogno concepito da un signore rispettabile ma che si infranse sugli scogli della “Calabria amara”. Non saprei dire se l’imprenditore olandese abbia incontrato la ‘ndrangheta, so che a mettere fine alla sua esperienza calabrese sono stati alcuni magistrati che lo hanno messo in prigione come un delinquente.
Ovviamente era innocente!
L’esperienza di Van Zanthen finì e con essa, mutuando il cartello di Palermo, la speranza di tanti calabresi onesti.
Contrariamente a quanto si crede, io non accuso le procure nonostante le loro responsabilità, in Calabria, ci siano e non poche.
I procuratori sono vincitori di concorso e come tali dovrebbero essere dipendenti dello Stato e non protagonisti della vita pubblica.
Il problema è essenzialmente POLITICO, nel senso che fin quando vi sarà una politica invertebrata e acefala che per “legittimarsi” dovrà scindersi dal proprio popolo e mettersi a rimorchio dei poteri forti, per la Calabria non vi sarà alcuna speranza.
Resteremo un deserto in cui cavalcano solo “cavalieri della valle solitaria” e “vendicatori della notte”.

Autore: 
Ilario Ammendolia
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