Ci sono valori che non sono scambiabili per un pugno di voti

Dom, 18/02/2018 - 11:20

C’è un nesso tra il rigurgito razzista in atto e la nostra battaglia per l’orgoglio e il riscatto calabrese. Onofrio e Lucia Costa erano solo due bambini. Quando udirono i primi spari si rifugiarono sotto le tende accanto alla loro mamma che cercò di proteggerli sino all’ultimo respiro. Li trovarono così, tutti e tre, carbonizzati.
Accanto a loro i quattro fratellini Petrucci, morti tra le fiamme.
I loro padri erano stati già uccisi a colpi di mitra e di moschetto. E con loro tantissimi altri.
La loro colpa: essere poveri.Essere minatori. E una colpa ancora più grande: essere immigrati. Italiani!
Quella mattina a Ludlow la neve divenne rossa di sangue e la notte dalle Montagne Rocciose scesero i lupi richiamati dal sangue innocente di donne, bambini e minatori che avevano passato un intero inverno in sudice capanne simili a quelle esistenti oggi a Rosarno. L’orribile fetore della carne umana bruciata arrivò e si diffuse intorno scandalizzando la civile “America”. Ci fu un tempo che gli americani di origine anglosassone ci chiamavano “negritos”. Era il razzismo contro gli italiani, soprattutto contro i siciliani e i calabresi.
Eppure, la stragrande maggioranza degli italiani si spaccava la schiena ed erano andati negli USA per sfuggire alla fame che divorava i nostri paesi, per allontanarsi dai “baroni” e dai “pretori”, dalla terra avara, dalla fatica inumana, dal luridume nelle strade e nei tuguri. Ma con i nostri emigranti erano arrivati anche le famiglie di Al Capone, Anastasia, Vito Genovese, dei Bonanno e, quindi la “mano nera, “cosa nostra” la “camorra”.
Ci hanno odiato ma non lo meritavamo.
Non lo meritavano gli italiani che lavoravano negli altiforni di Chicago, né quelli che coltivano la terra nelle fattorie della Virginia, né gli scaricatori nel porto di New York.
Nel dopoguerra il razzismo colpì ancora i nostri emigranti in Svizzera, in Germania in Francia. Anche in Belgio dove i nostri minatori venivano scambiati con sacchi di carbone.
Noi calabresi, forse, eravamo i meno amati perché più poveri e - molto spesso - analfabeti!
Poi avvenne in Italia e fu la pagina più dolorosa. Dormivamo nelle soffitte di Torino e Milano costruendo le loro scuole, i loro ospedali, fondendo i metalli nelle fabbriche, arrampicandoci sulle impalcature e senza protezione. I “nostri” fittavano non una stanza ma un “posto-letto” secondo i turni di lavoro. Nella stessa branda un lavoratore dormiva di giorno e un altro di notte!
Al tempo dei sequestri di persona, il primo Bossi ci definiva “vergogna del mondo”. Eppure il 70% dei sequestrati sono stati calabresi.
E quando a Milano un calabrese uccideva a colpi di coltello, (come è successo più volte), i giornali aprivano la prima pagina: “calabrese (o siciliano) fa a pezzi…”.
L’indicazione della provenienza regionale serviva a coloro che leggevano il giornale di sentirsi diversi e migliori; appartenenti a un’altra razza rispetto ai calabresi! Di collocare il male fuori di sè.
Qualora i giornali avessero scritto: “un uomo uccide a colpi di coltello un altro uomo” tutti saremmo stati costretti a fare i conti con la nostra natura umana.
Il razzismo è una lebbra che diventa sempre più aggressiva man mano che si coniuga con l’ignoranza, il fanatismo, la paura, la rozzezza.
La mia generazione si porta dietro tante responsabilità ma aveva scacciato questi lugubri fantasmi. Forse non è stato merito nostro ma del fatto che era ancora vivo il ricordo delle nostre città fumanti sotto le bombe, l’orrore dei lager, l’immane tragedia della guerra, “l’urlo nero delle madri,” le immagini di “uomini crocefissi al palo del telegrafo”, di bambini sciolti nei gas. Del fungo atomico che aveva bruciato due città e fatti a pezzi gli abitanti.
A volte ritornano! Cieco chi non vede.
“Macerata” si para dinanzi agli occhi ed è cieco chi non vuole vedere. Il fanatico che ha sparato non ha solo colpito sei innocenti e solo per il colore della loro pelle. Ha mirato sulla sacralità e sull’inviolabilità della persona umana, sui valori della Carta Costituzionale, sull’Italia civile dove - in percentuale - avvengono un decimo dei delitti rispetto all’armatissima “America”.
Nessuno mi costringerà mai a scegliere tra gli assassini di Pamela e lo stragista di Macerata.
Ci sono cose su cui non si può scherzare e che non sono scambiabili con un pugno di voti. E mi mortifica molto il fatto che nella Locride la stupida campagna elettorale si sta svolgendo senza spessore politico e morale. Ci sono valori che non sono scambiabili per un pugno di voti.
“La persona umana è sacra e inviolabile”. Lo era Becky morta tra le fiamme nella tendopoli di Rosarno, lo era Pamela uccisa da un branco di uomini di colore, lo era Jessica uccisa da un autoferrotranviere. Lo è il carabiniere aggredito a colpi di spranga da fanatici estremisti a Piacenza.
Siamo impegnati da anni a contrastare l’infame binomio “calabrese-ndranghetista”. Qualche varco abbiamo contribuito ad aprirlo.
Attenti, però.
Questa battaglia può essere vincente solo nella misura in cui non offendiamo l’Umanità. Altrimenti si incomincia con gli eterni “ebrei”, si continua con i “negri”, gli italiani, quindi i “calabresi” e infine i “santulucoti” gli “africoti”. Per passare poi ai vicini di casa e alle singole famiglie ritornando a essere gli uomini tribali “della pietra e della fionda”.
La “provenienza”, il “villaggio” la “tribù” sostituisce e mortifica l’umanità.
In questa battaglia non si può restare neutrali, né essere indifferenti.
Tutto il veleno che si sparge oggi lo troveranno domani, moltiplicato all’infinito, i nostri figli nella loro vita.

Autore: 
Ilario Ammendolia
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