“Fui assunta in una redazione giornalistica a 8 anni!”

Dom, 18/03/2018 - 17:40

Raffinata e leale firma del giornalismo calabrese, Annarosa Macrì è una cronista di razza che con garbo e rigore racconta i fatti, senza tentennare, senza chinarsi o porsi al di sopra. Una professionista di grande spessore che, nella sua lunga carriera, ha firmato numerosi servizi, inchieste, documentari che le hanno permesso di girare il mondo e di lavorare al fianco di uno dei padri del giornalismo italiano, Enzo Biagi. Da lui ha imparato a scrivere per la gente, quella che fa la coda alla Asl e la spesa al supermercato e che sa bene di quale penna può fidarsi.
Com’è approdata al giornalismo?
Affari di famiglia, o di cuore, che è lo stesso. Mio padre faceva il giornalista. A Reggio, nel dopoguerra e fino alla fine degli anni sessanta, in un periodo in cui lasciare il posto fisso, come lui fece, per inventare un giornale - si chiamava “Il Cittadino” ed era un periodico politico-satirico - era pura follia. Nessuno ci crederà, ma io a otto (otto!) anni fui assunta nella redazione casalinga del “Cittadino”, per piccoli lavori di manovalanza. Piegavo le copie del giornale, che erano di colore giallo e in formato-lenzuolo, perché fossero spedite agli abbonati e ci attaccavo sopra le etichette con gli indirizzi... le mani mi restavano sporche d’inchiostro e la vita mi restò segnata per sempre... Mio padre morì quando io avevo sedici anni, così feci in tempo a diventare “solo” correttrice di bozze, ma imparai “a bottega” la passione delle idee e il rispetto nei confronti dei lettori...
Un aspetto del giornalismo di allora che oggi è andato perduto?
Non so cosa voglia dire giornalismo “di allora”. Il giornalismo è, e sarà, finché ci saranno fatti da raccontare. Era “giornalista” Omero e lo era Giulio Cesare... cambiano i modi e le tecniche, naturalmente, e per fortuna. Solo ciò che è vivo, cambia. E il giornalismo, sui new media, oggi, più che sui giornali di carta o in televisione, è vivissimo.
Un suo pregio che nella professione giornalistica le è costato caro?
I pregi sono sempre, anche, difetti. Non ho mai svenduto la mia professione e non ho mai “svenduto” una notizia, nel senso di ometterla, o di edulcorarla, adattarla, o, viceversa, enfatizzarla... Peccato veniale se lo si fa in buona fede (e io l’avrò fatto mille volte) peccato mortale se lo si fa “in conto terzi”. Ecco, io non ho mai lavorato “in conto terzi”. E dentro un’azienda editoriale fortemente politicizzata come la Rai, tutto questo può essere un “difetto”. Non stai alle regole del gioco, non fai carriera, sei considerata un po'strana...
Le brutte sorprese che il giornalismo può riservare?
Quando si comincia questo lavoro, si è armati di sacro furore, si pensa di poter cambiare il mondo e di girarlo in lungo e in largo, il mondo. Spesso non è così. Te ne stai davanti a un computer, ti accorgi che la notizia è, anche, una merce, e che il mondo non lo cambi. Il mio maestro, Enzo Biagi, diceva che è già tanto se, con il tuo lavoro, “aggiungi una virgola alla storia del mondo”...
Cosa avvelena l’informazione seria?
Nell’ordine: la dipendenza al potere, la superficialità, l’autocensura.
Nell’era dei twitter, c’è ancora spazio per un’informazione lenta, ponderata e che abbia degli strascichi?
Il twitter non è alternativo all’approfondimento: lo rende indispensabile.
Tira più l’informazione o l’opinione?
“Tirano” in modo diverso. L’informazione è il pane, l’opinione è il companatico. Ma poi, esiste l’informazione senza opinione? Qualunque racconto, anche il verbale di un incidente stradale vergato da un vigile urbano, risente del “punto di vista”. Bisogna diffidare sempre da chi dice “la mia è una informazione oggettiva”. L’oggettività non esiste.
Oggi quando si esprime la propria opinione su un mezzo di informazione ci si sente più in diritto o in dovere?
Il mestiere di giornalista ha perso moltissimi privilegi, economici, di potere e di prestigio. Per sfortuna, naturalmente, perché senza soldi non solo è difficile campare e spesso si è sfruttati, ma perché è quasi impossibile, senza investimenti, fare buon giornalismo. Costano i viaggi e costa il tempo impiegato per gli approfondimenti. Ma tutto questo ha un risvolto positivo: chi si accosta a questo mestiere lo fa per passione, e la passione, se è vera, significa certamente più “dovere” che “diritto”...
Il giornalismo in Calabria nasce principalmente da dibattiti in redazione o da chiacchiere al bar?
Credo che il giornalismo (in Calabria e dovunque) non possa non nascere, oltre che dai dibattiti in redazione, dalle “chiacchiere al bar”. Se, per “chiacchiere al bar” intendiamo gli umori, i bisogni, le sensazioni, le paure e le emozioni delle persone. Non dico “popolo”, né “gente”, ma “persone”. Come si può prescinderne? Le loro vite e le loro storie sono, o dovrebbero essere, la ragione sociale del mestiere del giornalista.
Lei ha pubblicato anche molti libri: “L’ultima lezione di Enzo Biagi”, “Da che parte sta il mare”, “Corpo estraneo”...
Sì. La scrittura è aria ed è respiro e tutti i giornalisti sono anche dei letterati. Un buon articolo è, anche, un pezzo di letteratura, e io, dopo aver raccontato migliaia e migliaia di “vite degli altri”, ho sentito l’esigenza, partendo dalla mia, di vita, di raccontare un pezzo di Calabria borghese, urbana, colta. Una “normalità”, insomma, che nessuno ha mai raccontato.
Che speranze per la Calabria ci sono state consegnate il 4 marzo scorso?
La Calabria, anche dopo il 4 marzo, è un pezzo d’Italia e un pezzo di Sud di uno dei paesi più ricchi del mondo. Non è uno stato (o un antistato) a parte. Quindi il voto calabrese va letto come “voto italiano”. Ora ogni tanto l’Italia, come un’adolescente ingenua e sognatrice, si prende una irresistibile cotta per un giovane (o meno giovane) di apparenti belle speranze e di troppe mirabolanti promesse. Accadde nel ‘94 con Berlusconi ed è accaduto oggi con Di Maio al Sud e con Salvini al Nord (ma qualche calabrese “puzzone”, diceva lui, e masochisti, aggiungo io, se n’è invaghito). Shakespeare diceva che è un disastro quando gli idioti governano i ciechi. E io sono profondamente shakespeariana.

Autore: 
Maria Giovanna Cogliandro
Rubrica: 

Notizie correlate